L’anomia è una delle conseguenze più frequenti e durature nelle afasie, al punto che si riscontra anche in afasie nelle quali gli altri aspetti sono recuperati del tutto o quasi.

Si tratta della difficoltà o impossibilità di “recuperare” la parola anche di fronte a uno stimolo correttamente riconosciuto. Una difficoltà di denominazione costante può causare, al di là dell’impatto sull’efficacia comunicativa, un’altissima frustrazione nei pazienti.

Come si manifesta un deficit di denominazione? Il paziente, posto di fronte all’immagine di una mela, potrebbe compiere uno di questi errori:

  • dire il nome di un altro frutto (es: “pera”) – parafasia semantica
  • dire un nome vicino fonologicamente, ma non corretto (es: “tela”) – parafasia fonemica
  • dare una descrizione con un giro di parole (es: “quella che si mangia”) – circonlocuzione
  • non dire nulla (omissione)
  • dire una parola totalmente inventata (neologismo) o usare una stereotipia, cioè una parola utilizzata per tutto

A seconda del tipo di lesione, il trattamento di deficit di denominazione può essere particolarmente lungo e faticoso. Esistono soprattutto due fenomeni che spesso limitano l’efficacia del risultato:

  • La difficoltà di ritenzione di quanto appreso (per cui una parola può essere dimenticata dopo pochi giorni)
  • La mancanza di generalizzazione (per cui è necessario lavorare singolarmente su ogni parola)

Il modello teorico

Secondo il modello di Dell e O’Seaghdha (1992; ripreso in Dell, Schwartz, Martin, Saffran e Gagnon, 1997) l’accesso lessicale dovrebbe coinvolgere due livelli parzialmente indipendenti:

  • Livello 1: mappatura dal significato alla rappresentazione lessicale intermedia
  • Livello 2: mappatura dalla rappresentazione lessicale ai fonemi costituenti

Facciamo un esempio: l’immagine di un’arancia causa l’attivazione delle caratteristiche semantiche (Livello 1) e attiva i nodi semantici relativi alla parola target (frutto, arancione, ecc.); la parola più “attivata” viene selezionata. In seguito, la parola attiva i fonemi in ciascuna posizione; i fonemi più attivati vengono selezionati. Di conseguenza, un problema nel livello 1 causerà la scelta sbagliata della rappresentazione lessicale intermedia (e, verosimilmente, una parafasia semantica); un problema nel secondo livello, invece, causerà un corretto riconoscimento ma un’errata selezione degli aspetti fonologici (verosimilmente, una parafasia fonemica).

Il modello a due vie della denominazione

Il confronto

In generale, esistono due tecniche principali per stimolare la denominazione:

  • il retrieval (o recupero) consiste nel lavorare sulle strategie per recuperare la parola; tra le tecniche che usano il retrieval la più nota è sicuramente la Semantic Feature Analysis
  • l’errorless learning (apprendimento senza errori), al contrario, cerca di ridurre il più possibile il numero di produzioni errate nel tentativo di denominare correttamente la parola.

I sostenitori del retrieval sostengono che un apprendimento tramite recupero (quindi, con un lavoro attivo del paziente) sarebbe più stabile e duraturo nel tempo; al contrario, secondo coloro che supportano l’efficacia dell’errorless learning, gli errori compiuti durante i tentativi di denominazione indebolirebbero l’associazione tra stimolo e produzione corretta (Fillingham, 2003).

Secondo gli studi di Schuchard e Middleton (2018a; 2018b), l’errorless learning permetterebbe di rafforzare la connessione lessicale-fonologica (fase II), mentre il retrieval rafforzerebbe gli aspetti semantico-lessicali (fase I).  Il risultato è in accordo con un aspetto intuitivo: il recupero dell’informazione (retrieval) va a stimolare la ricerca delle componenti semantiche, mentre la ripetizione continua tipica dell’errorless learning rafforza la rappresentazione fonologica. Si tratta, tuttavia, di campioni molto ridotti e, soprattutto, di studi con controlli a brevissima distanza (un giorno e una settimana). Sono necessari, dunque, ulteriori studi per confermare se queste acquisizioni possano durare anche a distanza di mesi.

Bisogna comunque considerare che le cose non sono sempre così lineari come vengono rappresentate nei modelli. Nozari e Dell (2013) hanno dimostrato che, in individui sani, anche la mera ripetizione è facilitata da un’attivazione semantica; al contrario, a seguito di un danno cerebrale, il paziente può utilizzare soltanto la via fonologica per ripetere la parola. Questo, ovviamente, a condizione che ci sia spazio a sufficienza nella memoria fonologica per mantenere la stringa in input. Nel caso in cui questo non fosse possibile, anche la via fonologica verrebbe abbandonata.

Infine, non va dimenticato che, nonostante questi siano i trattamenti più  comuni, ne esistono altri di promettenti, ad esempio il trattamento di tipo fono-motorio (Kendall et al., 2013) di cui parleremo in un articolo successivo.

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca