Uno degli aspetti critici della valutazione e del trattamento dell’afasia, evidente già da un semplice confronto fra i test, è l’asimmetria tra le risorse dedicate alle singole parole e quelle dedicate alla frase o al discorso.

In fondo, la valutazione delle singole parole sia in produzione che in ricezione è semplice: si mette davanti un’immagine e si chiede di produrre la parola o, al contrario, si dice una parola e si chiede di indicare l’immagine corretta. Con le frasi le cose sono un po’ più difficili: innanzitutto possono esistere diverse versioni corrette della stessa frase, ma soprattutto non è detto che la produzione corretta di una frase indichi l’assenza di un problema.

Accade molto spesso che pazienti con un danno lieve siano in grado di produrre frasi corrette, ma che quelle frasi non siano esattamente quelle che avevano intenzione di dire; queste persone, insomma, hanno riformulato e semplificato la frase: avevano qualcosa di complesso da esprimere, ma non riuscendo a reperire la parola o a strutturare la frase hanno, in autonomia, semplificato il linguaggio. Se il danno, dal punto di vista quantitativo, può essere considerato minimo essendo preservata la possibilità di comunicare con successo, non lo è dal punto di vista funzionale e nella percezione del paziente, soprattutto se si tratta di persone che ancora lavorano.

La verità è che il passaggio di complessità dalla singola parola alla frase è un doppio tuffo carpiato. In fondo, nella normalità, riusciamo a produrre senza alcuno sforzo frasi estremamente complesse, così complesse che non riusciremmo a fornire una descrizione esplicita della struttura (a meno che non abbiate studiato linguistica e non abbiate speso mesi della vostra vita alle prese con un modello ad albero).

Alcuni giorni fa osservavo una persona con afasia (neanche particolarmente severa) alle prese con la generazione di una frase che, alla fine, sarebbe suonata più o meno così: “Non ce n’è bisogno, ne abbiamo già uno in cucina”. In condizioni normali abbiamo pronunciato frasi simili centinaia di volte senza pensarci; proviamo, però, a immaginare di dover rendere espliciti i passaggi per arrivare dal concetto [Non comprare coltello] + [Coltello uguale in cucina] + [Due coltelli uguali inutili] alla frase di prima. Difficile, vero?

L'agrammatismo (e il paragrammatismo)

Partiamo dalle situazioni più frequenti in caso di afasia. Quando la produzione della frase contiene errori di tipo morfosintattico siamo in presenza di paragrammatismo o agrammatismo.

L’agrammatismo si ritrova nelle afasie non fluenti ed è caratterizzato spesso da frasi incomplete e parole isolate, spesso concrete e ad alta frequenza (scarsa variabilità lessicale).

Il paragrammatismo si ritrova nelle afasie fluenti e si manifesta come una difficoltà nella scelta e/o nel sequenziamento delle parole e dei funtori (che possono essere omessi).

Molto spesso agrammatismo e paragramamtismo si manifestano in associazione ad altri tipi di difficoltà (ad esempio articolatorie), ma non è necessariamente detto che sia così. Una persona, cioè, può riuscire a dire e ad articolare delle singole parole, ma incontrare problemi nella costruzione di una frase. Alcuni esempi:

  • Domani dovere uscire con amici
  • Oggi ho cambiato tenda e anche cuscino di letto
  • Il pacco di fazzoletti ha preso mia moglie
  • Ho sentito il radio e il televisione

Dall’analisi della trascrizione di un eloquio spontaneo possono emergere diversi aspetti (omissione, concordanze, ecc.) che già aiutano a stabilire gli obiettivi di una riabilitazione.

Tuttavia, è importante stabilire delle gerarchie. Se la produzione o la comprensione di frasi è compromessa, meglio rimandare il discorso della concordanza articolo-nome o nome-verbo e concentrarmi sulla struttura della frase in sé (in soldoni, “dimenticare” un articolo è sicuramente meno grave di invertire soggetto e oggetto di una frase). Se un paziente che finora ha detto solo parole isolate riesce a dirmi “Antonio bravo” non vado a correggerlo dicendo “No, Antonio è bravo”, anche perché così facendo renderei l’ultima frase falsa!

Bene. Lavoriamo sulla struttura della frase. Da dove si comincia?

Capire il problema: il ruolo del verbo

Un modello molto accreditato per spiegare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla realizzazione della frase è quello di Garrett (1980) secondo il quale esistono degli stadi (rappresentazione del messaggio, rappresentazione funzionale, rappresentazione posizionale, rappresentazione fonologica, rappresentazione articolatoria). Stringendo al minimo la posizione di Garrett possiamo dire che la produzione di una frase parte da un livello funzionale dove si decide “chi fa cosa” per arrivare a quello posizionale dove si assegnano sintassi e fonologia.

A proposito dell’attribuzione dei ruoli all’interno della frase, buona parte della linguistica odierna attribuisce al verbo il ruolo principale nella gerarchia della frase. Prendendo spunto da una terminologia legata alla chimica, si parla di valenza del verbo (concetto elaborato da Lucien Tesnière), ovvero il numero minimo di argomenti che possiamo “attaccare” a un verbo. Alcuni esempi:

  • Verbi zerovalenti: non hanno alcun argomento. Ad esempio “Piove”. Non diciamo “Lui piove”. Al massimo potremmo dire “Piove terra” per specificare che un vulcano sta buttando fuori della cenere, ma il verbo “Piove” può formare da solo una frase.
  • Verbi monovalenti: hanno bisogno di un soggetto. Posso dire “Piove”, ma non posso dire “Corre”. Corre chi? In questo caso il soggetto è necessario: “Mario corre”
  • Verbi bivalenti: ne esistono di due tipi, ma noi vedremo il più semplice, ovvero soggetto-verbo-oggetto. Un esempio è il verbo “Pulire”. “Marco pulisce la macchina”. Così come non avrebbe senso il verbo “Pulisce” da solo, così non riusciremmo a capire il senso di “Marco pulisce” senza un oggetto della pulizia.
  • Verbi trivalenti: hanno un soggetto, un oggetto diretto e un argomento indiretto (oppure un soggetto e due oggetti indiretti). Il verbo solitamente usato per rappresentare i verbi trivalenti è “Prestare”. “Marco presta” non ha senso. “Marco presta il libro” può avere un senso solo se abbiamo un contesto. La frase completa è “Marco presta il libro a Maria”. Abbiamo bisogno di un soggetto, di un verbo e di un oggetto, ma anche di un argomento indiretto.
  • Verbi tetravalenti: ormai è facile. I verbi tetravalenti devono avere un soggetto, un verbo, un oggetto e poi due argomenti indiretti. Solitamente si tratta di verbi relativi allo spostamento di qualcosa da un punto a un altro. Ad esempio, “Antonio ha tradotto l’articolo dall’italiano all’inglese”.

Per approfondire: La grammatica valenziale

Perché ci interessa? Perché diverse ipotesi formulate negli anni per spiegare le difficoltà e gli errori nella costruzione della frase si basano sul ruolo del verbo e dei suoi argomenti. Ne vediamo due:

  • Mapping theory: i soggetti agrammatici avrebbero difficoltà a stabilire i ruoli tematici dei verbi (variante lessicale) o farebbero fatica a ritrovarli in strutture complesse come frasi passive, incassate, ecc. (variante procedurale)
  • Argument Structure Complexity Hypothesis: la difficoltà nella produzione dei verbi sarebbe legata al loro numero di argomenti

Esistono altre ipotesi (Trace Deletion hypothesis, Trade off hypothesis) che, pur partendo da legittime posizioni teoriche, alla prova dei fatti non riescono a rendere conto del fatto che diversi pazienti commettano errori anche a livelli molto elementari della costruzione di una frase.

Nella prossima puntata

Nel prossimo articolo partiremo da queste informazioni e, assieme a qualche studio pubblicato, vedremo come trasferire questi concetti nella pratica riabilitativa (e parleremo di qualche strumento pratico).

 

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Nel frattempo, vi consiglio alcuni testi che parlano di questo argomento:

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