Da giorni circolano con insistenza interviste al pedagogista Daniele Novara riguardo ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e ai disturbi dell’attenzione e dell’iperattività (ADHD); nelle varie circostanze in cui viene intervistato l’elemento costante sembra essere, insieme alla promozione del suo libro, la divulgazione di informazioni inesatte o vere e proprie falsità. Come era ovvio aspettarsi le opinioni espresse hanno suscitato molte reazioni di indignazione e in tanti si sono interrogati sulle cifre riportate e sulle teorie sostenute dall’autore. Abbiamo allora deciso di rispondere ad alcune delle numerose “imprecisioni”.

 

“tra il 2012 e il 2014 i disturbi specifici dell’apprendimento nelle scuole secondarie di secondo grado sono aumentati del 330,6%”

In questo modo si gioca con i numeri e si confondono le persone. Riportare un incremento senza specificare il valore da cui si è partiti è insensato. Usiamo ora dati veri per fare un esempio: le rilevazioni dell’anno scolastico 2010/2011 riportavano una percentuale di alunni con segnalazione di DSA dello 0,7% mentre nell’anno scolastico 2014/2015 la percentuale saliva al 2,1%; usando un trucco per impressionare le persone potremmo comunicare il dato dicendo nel 2015 le segnalazioni per DSA sono aumentate del 200% (cioè sono triplicate).
La differenza tra i due modi di riportare il dato è che nel primo caso chi legge capisce immediatamente quale sia l’entità del fenomeno, cioè un passaggio dallo 0,7% al 2,1%, mentre nel secondo caso si mette l’enfasi sull’aumento lasciando intendere che i dati siano mostruosi, cosa palesemente falsa! A questo aggiungiamo anche la precisazione che, stando a quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, la stima di studenti con DSA sarebbe intorno al 3% (fra il 2,5 e il 3,5%) quindi siamo ancora al di sotto rispetto ai numeri attesi. L’autore però si guarda bene dal dirlo, rischiando di spaventare il lettore piuttosto che informarlo.
È ovvio che guardando tutte le province d’Italia qualche anomalia si possa trovare, come nel caso di Rimini (ed è doveroso cercare di capire il motivo di questa difformità rispetto alla maggior parte delle altre province d’Italia). Il fatto però che Daniele Novara citi soltanto il caso di Rimini è di per sé strano: mentre nella maggior parte delle province i numeri sono di gran lunga inferiori, lui riporta soltanto la cifra più vistosa, lasciando intendere che questa sia rappresentativa di ciò che avviene in tutta Italia. Ovviamente la realtà è molto diversa e più avanti lo dimostreremo.

 

“Secondo l’International Academy for Research in Learning Disabilities, organizzazione che si occupa di condurre ricerche sulle difficoltà di apprendimento, solo il 2,5% della popolazione scolastica mondiale dovrebbe incontrare problemi nella cognizione numerica e solo lo 0,5% sarebbe affetto da discalculia. I dati sulle segnalazioni in Italia, invece, parlano del 20% 30% di bambini con difficoltà significative nell’apprendere le abilità di calcolo e che viene avviato a un percorso diagnostico”

Qui l’autore non si limita a creare  confusione con i numeri ma lo fa anche con le parole. Nello specifico mette in contrapposizione la presunta prevalenza di DSA in Italia, che sarebbe (secondo le stime da lui citate) del 2,5%, con la prevalenza delle DIFFICOLTÀ di apprendimento, che invece è del 20%, come riportato anche nelle linee guida emanate dal MIUR. A proposito, perché Daniele Novara non ha citato i dati dell’Istituto superiore di Sanità anche per la prevalenza dei DSA? Non è strano che prima citi stime più basse sui DSA (rispetto a quelle dell’Istituto Superiore di Sanità) e poi gonfi quelle relative alle difficoltà di apprendimento rispetto a quanto riportato dal MIUR (facendole arrivare fino al 30%)?
Quello che Daniele Novara omette di dire è che le difficoltà di apprendimento e i disturbi specifici dell’apprendimento non sono la stessa cosa. Chi lavora in questo settore non si sorprende di questo 20% e neanche pensa che siano tutti DSA. E allora qual è il senso di paragonare la percentuale di DSA con la percentuale di difficoltà di apprendimento?
Uno degli scopi delle valutazioni diagnostiche è proprio quello di distinguere le difficoltà di apprendimento (transitorie) dai DSA (le cui le cui caratteristiche sono persistenti).
A questo punto viene da domandare ciò che dovrebbe essere ovvio: è meglio differenziare gli studenti con difficoltà scolastiche da quelli con DSA, oppure è meglio rischiare che i veri DSA vengano identificati tardivamente? Quello che Daniele Novara omette di dire è che una diagnosi ha tra i suoi scopi proprio quello di distinguere un vero DSA da una semplice difficoltà transitoria. Invece lui lascia intendere che sia sufficiente presentarsi da uno specialista per ottenere la certificazione desiderata, come se si trattasse di una pietanza da scegliere sul menù di un ristorante.

 

“In una manciata di anni nella scuola sono triplicati i bambini con una diagnosi di DSA (disturbi specifici dell’apprendimento)”

Ci risiamo, solita modalità errata di dare le “informazioni”: non vengono forniti i dati in maniera corretta e si rischia di confondere il lettore. Esattamente, quando si parla del triplo, a quale numero ci si riferisce? Ovviamente se Daniele Novara lo dicesse, i dati non sarebbero impressionanti.
Allora ve lo diciamo noi: si è passati dallo 0,7% al 2,1%. Detto in altri termini, si è passati da una grande sottostima del fenomeno (0,7%) a un’altra stima (2,1%) che però si avvicina di più alle attese reali. Va sottolineato che continuiamo a essere al di sotto delle attese che, come già detto, sarebbero intorno al 3% secondo l’Istituto Superiore di Sanità.

 

“In pratica oggi un bambino su quattro, alle elementari, ha una qualche forma di diagnosi”

Da dove arriva questo dato?

 

“Molto hanno giocato le leggi recenti, quella per la dislessia e per i BES e anche gli screening nelle scuole per cercare a tutti i costi delle malattie psichiatriche nei bambini […]. Ci occuperemo delle malattie dei bambini quando emergeranno, così invece creiamo solo panico”

Non ci addentriamo nella discussione sull’uso continuo che Daniele Novara fa del termine “malattia”, quasi a voler stigmatizzare ad ogni costo la dislessia.
Nella nostra professione ci troviamo frequentemente a diagnosticare dislessia o altri DSA in ragazzi grandi, alle superiori o anche dopo; alcuni addirittura da adulti, nel pieno della loro attività lavorativa. Quello che emerge spesso in queste situazioni per noi è ormai un classico: ragazzi etichettati per anni come svogliati, didattica inadeguata che verte sui punti di debolezza invece che sui punti di forza, demotivazione, scarsa autostima in seguito a scarso rendimento scolastico.
Gli screening hanno l’obiettivo proprio di evitare questo tipo di situazioni aiutando a identificare i DSA tempestivamente e adeguare la didattica alle loro caratteristiche.

 

“Un’epidemia di malattie psichiatriche sembra aver colpito le scuole italiane. L’Istat segnala che negli ultimi anni sono raddoppiate le certificazioni di disabilità (legge 104), quadruplicati i Dsa (Disturbi specifici di apprendimento – legge 170/2010) e da ultimi sono dilagati i cosiddetti Bes (Bisogni educativi speciali). Per salire su ciascuno di questi binari occorre una diagnosi neuropsichiatrica e quindi si ha diritto a un insegnante di sostegno o a un programma specifico con facilitazioni attinenti anche alle prove di verifica”

Ci risiamo con le malattie psichiatriche…DSA quadruplicati? Passare dallo 0,7 al 2,1% è triplicare e, come già detto, è sempre un numero basso.
È anche falso che per accedere ai BES sia necessaria una diagnosi neuropsichiatrica: far rientrare un alunno nei BES è una decisione degli insegnanti, non dei clinici.
È altrettanto falso che per i DSA sia ha diritto l’insegnante di sostegno, la legge 170/2010 prevede altro.
Ovviamente è anche sbagliato dire che con una diagnosi di DSA o se gli insegnanti decidono di far rientrare un alunno nei BES si abbia automaticamente diritto a facilitazioni. Gli obiettivi didattici restano gli stessi.

 

“Oggi si mandano bambini semplicemente molto vivaci dal neuropsichiatra. Si confonde l’immaturità evolutiva con una patologia”

L’autore di questa affermazione dovrebbe spiegare perché l’invio da uno specialista significherebbe confondere l’immaturità evolutiva con la patologia. Tra i compiti degli specialisti non c’è proprio capire se una caratteristica sia tipica per l’età di un soggetto? L’insegnante che abbia dubbi su un suo alunno non dovrebbe usufruire del parere di uno specialista per aiutarlo al meglio? Di fronte a un dubbio di questo tipo, non sarebbe presuntuoso da parte dell’insegnante decidere che sia tutto normale (cioè facendo implicitamente una diagnosi impropria)? In caso di errore, non si rischia che un DSA (e non soltanto) venga diagnosticato troppo tardi?

 

“Genitori e insegnanti rinunciano a mettersi in gioco e il loro posto viene impropriamente preso dai medici”

Questa è soltanto l’opinione di Daniele Novara. Forse non sa che uno dei compiti dei professionisti che si occupano di questo settore è anche quello di mettere i genitori nelle giuste condizioni di supportare il bambino e aiutarlo a superare le proprie difficoltà.

 

“Invece delle certificazioni sarebbe più utile una didattica che rispetti i ritmi del bambino. Se un alunno fa fatica a leggere, anziché mandarlo subito dal neuropsichiatra, sarebbe il casi di aspettare, dargli tempo, rispettarlo (evitando per esempio di farlo leggere ad alta voce in classe davanti a tutti). Ma per questo non ci vuole una certificazione”

Nelle ‘Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento’ è già previsto un periodo di potenziamento da parte degli insegnanti in seguito al quale, se le difficoltà persistono, è opportuno inviare l’alunno in valutazione diagnostica. Quindi non c’è assolutamente incompatibilità fra una certificazione e la messa in atto delle strategie didattiche per supportare l’alunno. Daniele Novara invece, omettendo questa informazione, fa passare l’idea che sia tutto proteso alla medicalizzazione dei ragazzi.

 

“La mancanza di sonno è la causa dei più comuni disturbi comportamentali come iperattività e deficit d’attenzione”

Se si fosse limitato a dire che la carenza di sonno può portare a difficoltà attentive e comportamentali avremmo potuto dargli ragione. Invece l’autore di questa affermazione si è spinto oltre affermando che la mancanza di sonno sarebbe LA causa di iperattività e deficit di attenzione. Chissà cosa penserebbero tanti genitori di bambini con ADHD nel sentirsi dire “fate dormire di più vostro figlio e i problemi spariranno”.

 

Adesso passiamo alla realtà dei fatti

Negli ultimi anni le certificazioni sono realmente aumentate? SÌ.
Come già detto in precedenza, in 4 anni si è passati dallo 0,7% al 2,1% di alunni certificati nell’intera popolazione scolastica italiana.

C’è quindi un eccesso di certificazioni di DSA in Italia? NO.
Come già detto le stime sulla popolazione parlano di una prevalenza dei DSA del 2,5% – 3,5%, mentre a scuola il numero di alunni e studenti con questo tipo di diagnosi è attualmente del 2,1%, meno di quanto dovrebbe essere (dati del MIUR).

Le certificazioni di DSA sono tutte corrette? NO.
Come in tantissimi altri settori della medicina e della psicologia, esistono diagnosi errate ma questo non è sufficiente per parlare di eccesso di diagnosi o per contestarne l’utilità.

Dopo una certificazione di DSA l’alunno avrà delle facilitazioni a scuola? NO.
Lo scopo della certificazione non è quello di fornire ad alunni e studenti una “scappatoia” rispetto ai propri impegni scolastici ma, al contrario, ha la funzione di metterlo nelle condizioni migliori per raggiungere gli obiettivi previsti a scuola per la sua età.

Speriamo di aver risposto in maniera chiara ai numeri tirati in ballo in maniera impropria nelle varie interviste e, soprattutto, ci auguriamo di poter smettere a breve di spiegare ciò che ormai dovrebbe essere ovvio: una diagnosi di DSA non è una scappatoia per non studiare.
Piuttosto che perdere tempo a negare le evidenze, si potrebbero aumentare gli sforzi per una più proficua collaborazione tra ambito clinico e didattico, in modo che gli insegnanti volenterosi e appassionati del proprio lavoro siano messi nelle migliori condizioni per svolgerlo.

 

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