Quella di Alzheimer è una malattia progressiva che può essere diagnosticata con certezza soltanto con un esame autoptico, ma la sua presenza può essere riscontrata prima della morte, con differenti gradi di probabilità, attraverso diversi indicatori clinici come i deficit cognitivi che riguardino almeno due domini e che siano abbastanza severi da interferire significativamente con le attività di vita quotidiana. Alcuni studi suggeriscono che la malattia esordisca 10-15 anni prima rispetto a quando tipicamente viene diagnosticata[2][3] e il suo esordio in molti casi potrebbe coincidere con il cosiddetto MCI (di cui abbiamo già parlato in questo articolo).
A differenza delle persone con demenza conclamata, quelle con MCI, pur mostrando effettivamente qualche deficit cognitivo, il suo impatto nella vita quotidiana non è così severo.

La presenza di MCI non indica necessariamente la presenza della malattia di Alzheimer incipiente ma ne costituisce un fattore di rischio, aumentandone la probabilità di 10 volte rispetto alla popolazione generale.
Partendo da questo punto di vista, come riportano gli autori della ricerca che stiamo per raccontare, diventa fondamentale la valutazione cognitiva svolta dal neuropsicologo[4] ed è importante che sia svolta con strumenti di adeguata sensibilità e specificità (termini spiegati nel nostro glossario). Tale valutazione può dare un grande contributo nel cercare di prevedere, tra le persone con MCI, quali nel tempo svilupperanno effettivamente una demenza di tipo Alzheimer

A questo proposito, Belleville e colleghi[4] nel 2017 hanno pubblicato una meta-analisi (anche questo termine è spiegato nel nostro glossario) su molti studi preesistenti per determinare se e in quale grado i test neuropsicologici attualmente disponibili fossero in grado di predire la conversione da MCI a demenza di Alzheimer.

La ricerca

Sono state selezionate 28 ricerche longitudinali in cui fossero stati valutati pazienti con MCI tramite test neuropsicologi e successivamente rivalutati registrandone la sensibilità e la specificità rispetta alla conversione in demenza di Alzheimer.
In altre parole, Belleville e collaboratori hanno valutato quanto diversi test fossero predittivi per capire quali persone con MCI avranno una demenza di Alzheimer. Per far ciò hanno messo insieme una grande mole di dati, raccolta su un numero molto consistente di soggetti (2365), con ben 61 differenti test neuropsicologici per indagare memoria episodica verbale, memoria episodica visiva, linguaggio (solo denominazione, conoscenze semantiche e fluenze categoriali), funzioni esecutive (solo switching e memoria di lavoro) e funzioni visuo-costruttive.
Inoltre, hanno cercato di comprendere l’utilità di questi test alla luce di età del soggetto esaminato, lunghezza del periodo di follow-up, valutazione combinata di più domini cognitivi.

I risultati

Dei 61 test presi in considerazione, la maggior parte hanno mostrato una capacità piuttosto scarsa di prevedere la possibile conversione da MCI a demenza; invece, alcuni hanno dato risultati più che soddisfacenti, in particolare hanno mostrato un’accuratezza a distanza di circa 3 anni uguale o maggiore al 90% i test di memoria episodica verbale, sia di prosa sia di liste di parole (cioè il Test delle 15 Parole di Rey di cui abbiamo parlato in questo articolo) e sia di associazione nome-volto, i test di conoscenze semantiche, i test visuo-spaziali (il VOSP), e misure di screening sul funzionamento cognitivo globale (Addenbrooke’s Cognitive Examination).

Va anche precisato che i singoli studi da cui sono stati estrapolati questi dati incoraggianti erano di numerosità piuttosto esigua (da un massimo di 71 soggetti fino a un minimo di 15) e le stime potrebbero essere distorte per questo motivo.

Un aspetto però molto interessante è che i test di memoria verbale mantenevano la loro alta predittività a prescindere da molte condizioni: rievocazione immediata o differita, recupero libero o guidato da suggerimenti. Inoltre, utilizzare prove di recupero guidato delle parole da apprendere non migliorava l’accuratezza del test, e ciò appare in controtendenza con la concezione diffusa che questo tipo di test sia il miglior indicatore di malattia di Alzheimer nelle fasi precoci[1][5].

Riguardo all’età dei soggetti presi in esame, questo non è risultato essere un fattore in grado di influenzare l’accuratezza dei test dal punto di vista predittivo.

Più rilevante invece si è dimostrata la lunghezza del follow-up, cioè un lasso di tempo molto breve tra valutazione di baseline e valutazione di controllo può aumentare il rischio di falsi negativi, come è ovvio attendersi. Tuttavia è possibile che qualche test migliori la propria accuratezza ad intervalli di tempi ridotti piuttosto che lunghi: ciò che è risultato con le prove di denominazione di categorie; in questo caso il test potrebbe rappresentare uno strumento più adatto a rilevare la presenza di una progressione di malattia imminente piuttosto che un marker precoce di malattia.

Conclusioni

Come era lecito aspettarsi, non tutti i test hanno la stessa capacità di distinguere tra MCI (che resteranno tali) e demenze di Alzheimer in forma iniziale. Tuttavia i risultati di questa ricerca[4] sono incoraggianti perché i dati mostrano come alcuni test siano molto informativi riguardo alla probabilità di sviluppare demenza. Tra questi c’è il Test delle 15 Parole di Rey, molto diffuso nella pratica clinica attuale, oltre a essere di semplice e rapido utilizzo.

Bibliografia

  1. Albert, M. S., DeKosky, S. T., Dickson, D., Dubois, B., Feldman, H. H., Fox, N. C., … & Snyder, P. J. (2011). The diagnosis of mild cognitive impairment due to Alzheimer’s disease: Recommendations from the National Institute on Aging-Alzheimer’s Association workgroups on diagnostic guidelines for Alzheimer’s disease. Alzheimer’s & dementia7(3), 270-279.
  2. Amieva, H., Le Goff, M., Millet, X., Orgogozo, J. M., Pérès, K., Barberger‐Gateau, P., … & Dartigues, J. F. (2008). Prodromal Alzheimer’s disease: successive emergence of the clinical symptoms. Annals of Neurology: Official Journal of the American Neurological Association and the Child Neurology Society64(5), 492-498.
  3. Bateman, R. J., Xiong, C., Benzinger, T. L., Fagan, A. M., Goate, A., Fox, N. C., … & Holtzman, D. M. (2012). Clinical and biomarker changes in dominantly inherited Alzheimer’s disease. New England Journal of Medicine367(9), 795-804.
  4. Belleville, S., Fouquet, C., Hudon, C., Zomahoun, H. T. V., & Croteau, J. (2017). Neuropsychological measures that predict progression from mild cognitive impairment to Alzheimer’s type dementia in older adults: a systematic review and meta-analysis. Neuropsychology review27(4), 328-353.
  5. Dubois, B., Feldman, H. H., Jacova, C., DeKosky, S. T., Barberger-Gateau, P., Cummings, J., … & Meguro, K. (2007). Research criteria for the diagnosis of Alzheimer’s disease: revising the NINCDS–ADRDA criteria. The Lancet Neurology6(8), 734-746.

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