Su carta l’affaticamento da lettura riguarda una piccola percentuale della popolazione, davanti allo schermo praticamente tutti. In uno storico articolo sulla web usability il guru Jakob Nielsen dal titolo “Come si legge sul web” esordisce con la terribile risposta:

Non si legge. Gli utenti leggono raramente parola per parola; al contrario, scorrono la pagina individuando singole parole e frasi.

Ecco quello che succede davanti a una lunga pagina. Si prova a leggere, con un po’ di attenzione, il primo capoverso. Poi subentra la fatica, ed eccoci a scorrere i titoli delle varie sezioni, magari cercando un’immagine o una parola in grassetto. Una prova? Gli esperimenti di eyetracking che mostranoi punti in cui si concentra la lettura degli utenti:

Scrivere meglio per farsi leggere (meglio)

In pratica, un ottimo articolo scritto “alla vecchia maniera” non sarà letto da nessuno. Lo sanno bene gli esperti della buona scrittura come Luisa Carrada che sul suo blog condivide ottimi consigli di web writing:

La lettura in rete è soprattutto esplorazione: si cerca di capire al volo quali parti della pagina leggeremo, quali salteremo, quali guarderemo velocemente, quali ignoreremo totalmente. Il tutto in pochissimi secondi. Se il testo passa questo primo esame, è più probabile che leggeremo almeno alcune parti in maniera più tranquilla e profonda, che stamperemo la pagina per appuntarla e sottolinearla.

Catturare l’attenzione

Come fare, dunque, per tenere i lettori incollati al nostro testo? La risposta è semplice, anche se spesso non è altrettanto semplice metterla in pratica: è necessario usare con saggezza proprio quegli elementi si cui si sofferma l’attenzione del lettore. Quali sono?

  • titoli
  • grassetti e corsivi
  • link
  • numeri in cifre
  • parole tra virgolette o tra parentesi
  • parole lunghe
  • parole con l’iniziale maiuscola all’interno del testo
  • parole in colore
  • simboli
  • parole vicine ai link.

Funziona anche su carta?

Sì, ma con molta fatica. Twitter ci insegna che ridurre un messaggio a 140 caratteri è possibile, ma quante revisioni! Uno stile più chiaro e immediato permetterebbe una lettura più agevole a molti, ma un lavoro di editing più lungo. Tuttavia, se su carta ci si può permettere il lusso di un paragrafo più prolisso e “monoblocco”, su internet le regole cambiano completamente. Su carta si passeggia, davanti allo schermo si corre. L’utente è uno scanner che non perdona: tratterrà solo le informazioni visivamente rilevanti e ignorerà il resto. Se il libro si sfoglia dall’inizo alla fine, il web vive di rapidi salti da un link all’altro, anche col rischio di non acquisire nessuna vera informazione alla fine della navigazione.

Mettiamolo in pratica

Parola d’ordine: riorganizzare. L’affaticamento di un bambino o di un ragazzo con difficoltà di lettura è maggiore rispetto a quello di un utente che non riesce ad arrivare alla fine del primo paragrafo. Ecco perché, di fronte a brani eccessivamente lunghi può essere utile per un insegnante o un tutor riorganizzare il testo in due modi. Da un punto di vista visivo, seguendo i punti appena esposti. Da un punto di vista dei contenuti applicando diverse strategie:

  • Titoli e sottotitoli chiari
  • Invertire il flusso delle informazioni: partire dalla conclusione e tornare alle premesse
  • Spezzare l’informazione in capoversi omogenei per contenuto
  • Riassumere il concetto fondamentale nella prima frase di ogni capoverso

Piccoli accorgimenti che alleggeriscono il peso della lettura e garantiscono un maggior passaggio di informazioni. Un successo per chi legge e per chi scrive.

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