La demenza colpisce negli Stati Uniti circa il 14% della popolazione sopra i 71 anni, il 30% di quelli sopra i 90 anni[3] e, secondo uno studio del 2010[5], questa condizione a livello mondiale determina un costo per le cure (dirette e indirette) di 422 miliardi di dollari all’anno. Secondo alcuni studiosi, interventi che riuscissero a posticipare la demenza di 2 anni porterebbero a una riduzione della prevalenza di malattia del 22% dopo 40 anni.

Date le premesse, una risposta interessante sembra giungere da un team di ricercatori degli Stati Uniti che ha cercato di fare il punto della situazione con uno studio longitudinale[2] per studiare gli effetti a lungo termine di alcuni training cognitivi riguardo al possibile sviluppo di demenza.

In cosa consiste la ricerca

I ricercatori hanno suddiviso il campione in 4 gruppi assegnando ciascuno a una delle seguenti condizioni:

  1. Gruppo di controllo. Non svolgeva alcuna attività di training cognitivo.
  2. Gruppo training di memoria. Svolgeva attività legate all’apprendimento di tecniche per la memoria episodica verbale.
  3. Gruppo training di ragionamento. Svolgeva compiti riguardanti l’uso di strategie per la soluzione di problemi e pattern seriali.
  4. Gruppo training per la velocità di elaborazione. Svolgeva esercizi computerizzati di velocità percettiva, con incremento progressivo della complessità delle informazioni da processare rapidamente.

I partecipanti dei tre gruppi di training svolgevano inizialmente 10 incontri di gruppo, della durata di 60 – 75 minuti ciascuno, nell’arco di 5 – 6 settimane. Tutti i gruppi (compreso quello di controllo) venivano sottoposti a diverse valutazioni neuropsicologiche, una prima dell’inizio del trattamento e le altre a diversi intervalli di tempo, fino a 10 anni dopo la conclusione del trattamento, al fine di capire se dopo questo arco di tempo i training avrebbero ridotto il rischio di demenza.

Inoltre, alcuni sottogruppi venivano poi sottoposti a sessioni aggiuntive dopo un anno e dopo 3 anni dalla fine del trattamento (altre 4 sedute per sessione), con lo scopo di scoprire se queste avrebbero ridotto ulteriormente il rischio di sviluppare demenza.

I risultati

Il training per la velocità di elaborazione ha mostrato una riduzione del 29% del rischio di sviluppare demenza a distanza di 10 anni. Inoltre, ognuno dei training aggiuntivi (a distanza di 1 e 3 anni dal primo) ha comportato un’ulteriore riduzione del rischio di demenza di circa il 10%.

Conclusioni

Lo studio appena discusso sembra indicare che un training cognitivo basato sulla velocità di elaborazione informazioni può realmente essere utile nel diminuire il rischio di sviluppare una demenza (o quanto meno di posticiparla), questi dati, uniti ad altri che non abbiamo riportato[4] (che mostrano una maggiore autonomia nella vita quotidiana a distanza di 10 anni in chi è stato sottoposto a training cognitivi), sembrano deporre a favore dell’utilizzo di protocolli di stimolazione cognitiva in anziani sani. Oltre agli intuibili vantaggi legati alla migliore qualità di vita, è doverosa una riflessione sulle ricadute economiche di queste pratiche, basti pensare agli inevitabili costi, sia per il privato cittadino che per la sanità pubblica, legati ai farmaci, all’assistenza socio-assistenziale e all’istituzionalizzazione di una persona anziana.

A fronte di tutto ciò, appare necessario approfondire questo tipo di studi per capire con maggiore dettaglio quali caratteristiche debbano avere i protocolli di stimolazione cognitiva. Per esempio, nella ricerca qui discussa il numero di sedute del training appare ridotto e dilazionato nel tempo (circa 8 – 10 di incontri nell’arco di 5 o 6 settimane e soltanto 4 incontri per ogni successivo training) e potrebbe essere utile capire se delle stimolazioni cognitive più intensive conducano a un effetto più marcato.

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