Tempo fa ci venne chiesto di stilare una sorta di guida per genitori di bambini e ragazzi che iniziano un percorso per giungere a una diagnosi nell’ambito dell’apprendimento scolastico.

La richiesta era quella di fornire alle persone una sorta di vademecum per scegliere il professionista adeguato limitando il rischio di incappare in persone non all’altezza del compito. Non ritenemmo però che fosse possibile scrivere una “formula” con cui trovare la persona migliore con cui iniziare l’iter diagnostico.

Non c’è fama o curriculum che tenga: ahinoi, troppo spesso abbiamo avuto a che fare con “esperti” celebri o, al contrario, conosciamo personalmente professionisti eccezionali ma semisconosciuti. Purtroppo in questi casi la fortuna è un elemento determinante e, a parte qualche suggerimento ovvio, non avremmo avuto trucchi particolari.

Ci venne allora suggerito di spiegare quali caratteristiche dovrebbe avere una relazione diagnostica neuropsicologica e logopedica nell’ambito dell’apprendimento scolastico, affinché sia realmente utile per un genitore e per suo figlio. Questo invece ci parve un obiettivo più realistico.

Andiamo diretti al punto allora: una relazione diagnostica deve descrivere la persona oggetto della valutazione sotto molti aspetti, soprattutto quelli che hanno ripercussioni sul rendimento scolastico (che di solito rappresenta il principale motivo per cui si giunge a un consulto). Non solo, deve anche indicare quali siano i modi più opportuni per intervenire sulle difficoltà riscontrate. Cerchiamo allora di discuterne punto per punto.

1. La valutazione non deve essere una diagnosi “per DSA”

Molto spesso ci troviamo di fronte a relazioni diagnostiche che si limitano a una batteria per il QI (di solito la WISC-IV) e ai test per la lettura, la scrittura e il calcolo. Purtroppo sono valutazioni incomplete in cui viene fatto il minimo indispensabile previsto dalla consensus conference per poter certificare la sola presenza di un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA). Così facendo però vengono tralasciati molti aspetti cognitivi importanti che incidono sugli apprendimenti scolastici. L’iter diagnostico non dovrebbe avere l’obiettivo di cercare un DSA quanto, piuttosto, le difficoltà e i punti di forza dello studente che non necessariamente riguardano l’apprendimento della letto-scrittura o del calcolo (o non soltanto), basti pensare ai deficit attentivi o di linguaggio.
Detto in altri termini, non si cerca il DSA ma si cercano altri problemi che, quando assenti, lasciando in piedi soltanto l’ipotesi di un DSA. Si tratta di una diagnosi per esclusione quindi, fare un iter diagnostico per DSA è un controsenso.
Inoltre. molti ragazzi hanno delle difficoltà scolastiche nonostante la lettura e la scrittura siano nella norma; escludere semplicemente che si tratti di un DSA senza dare indicazioni ulteriori vuol dire aver fatto un lavoro incompleto (con un paragone un po’ azzardato, sarebbe come andare dal dottore per un dolore alla gamba e sentirsi dire “Posso solo dirle che non è uno stiramento”).

2. Nella relazione deve essere spiegato che tipo di valutazione è stata condotta

Non capita poche volte che una relazione diagnostica si limiti a citare il nome della categoria diagnostica e il relativo codice (per esempio “disturbo specifico di lettura, F81.0”), senza parlare di come si sia giunti alle conclusioni diagnostiche.

3. La diagnosi deve essere funzionale

Come esplicitato anche dallAccordo Stato-Regioni del 2012, la valutazione non deve essere soltanto clinica (nosografica) ma deve riguardare gli aspetti funzionali. Collegandoci ai punti precedenti, è necessario che la relazione non si limiti a un etichetta diagnostica (per esempio, “dislessia evolutiva”) ma che descriva la persona nei vari aspetti, soprattutto cognitivi, entrando nel dettaglio per esempio delle sue capacità di ragionamento astratto, di memorizzazione, di concentrazione, di linguaggio… oltre ovviamente al livello negli apprendimenti scolastici (lettura, scrittura e calcolo).

Come detto in precedenza, troppo spesso leggiamo relazioni che, dal punto di vista cognitivo, si limitano a una stima del QI e si rischia così di sottovalutare i problemi che un bambino può avere nella formulazione di un discorso, nel trovare le parole, nel memorizzare informazioni nuove e nel rimanere concentrato per un tempo adeguato al compito da affrontare; si tratta di caratteristiche che difficilmente potranno emergere da un semplice test di intelligenza.

4. Devono essere esplicitate in maniera comprensibile le difficoltà e le capacità della persona valutata

Va bene che ci sia una parte tecnica, che possa essere utile anche a un professionista esterno all’iter diagnostico che voglia farsi un’idea del soggetto, ma troppo spesso ci capita di leggere relazioni in cui non c’è una singola parte comprensibile per genitori e insegnanti (che poi, non di rado, si sentono costretti ad andare su internet per cercare spiegazioni di quanto riportato nella relazione diagnostica).

5. Deve contenere indicazioni su come intervenire a scuola

Molto spesso leggiamo diagnosi di DSA in cui il professionista si limita a scrivere generiche indicazioni come “personalizzazioni didattiche previste dalla legge 170/2010”, senza spiegare quali debbano essere. Se da un lato è vero che la didattica e le opportune personalizzazioni rientrano fra le competenze del consiglio di classe o del collegio dei docenti, è altrettanto vero che chi redige la diagnosi dovrebbe essere l’esperto dei processi cognitivi presi in esame e dovrebbe anche saper indicare quali modalità possano essere più utili all’apprendimento in funzione del profilo cognitivo emerso (si pensi ad esempio al caso di difficoltà di memorizzazione, di concentrazione o di linguaggio). Non si tratta di sostituirsi agli insegnanti, ma fare in modo che si possa iniziare una collaborazione tra le varie persone coinvolte (per esempio, psicologo, logopedista, docenti e genitori) che porti a coniugare i diversi punti di vista.
Fra i motivi per cui veniamo contattati più spesso ci sono i seguenti:

  • Avere indicazioni su come comportarsi con la scuola dopo la diagnosi
    (“devo portare la relazione diagnostica a scuola? A chi va consegnata? Cosa succede poi?…”)
  • Sapere cosa dovrebbe fare la scuola stessa
    (“sulla relazione si parla di personalizzazioni? Cosa sono? Cosa deve fare la scuola? In che modo dovrebbe essere interrogato mio figlio? È giusto che venga interrogato più volte nello stesso giorno? Deve usare le mappe durante le interrogazioni?…”)
  • Cercare informazioni sulla possibilità di superare/aggirare determinate difficoltà
    (“Nella diagnosi c’è scritto che legge lentamente: si può fare qualcosa per questo? Ho letto che mio figlio ha poca memoria di lavoro: cosa significa? Cosa si può fare per migliorarla?…”)

Quando un genitore si sente costretto a rivolgersi altrove per avere queste informazioni, è opportuno domandarsi se la diagnosi svolta dal clinico sia stata realmente utile. Tali informazioni sono fondamentali e dovrebbero essere esplicitate nella relazione diagnostica, spiegate di persona (cfr. il punto 7) e, in caso contrario, bisognerebbe pretendere dal professionista che ciò venisse fatto.

6. Deve esserci l’elenco completo di tutti i test somministrati e relativi punteggi

Va bene fare una descrizione discorsiva che sia ben comprensibile ma, al tempo stesso, un altro professionista che entrasse in possesso della relazione diagnostica dovrebbe poter avere un’idea delle caratteristiche della persona valutata, e ciò non può prescindere dall’osservazione dei punteggi ottenuti nei vari test. Poniamo il caso che, dopo una prima valutazione diagnostica di un ragazzo, i genitori decidano di far rivalutare loro figlio da un altro di professionista (per cambio di residenza, per mancanza di fiducia col clinico precedente o per chissà quale altro motivo); quest’ultimo deve essere messo nelle condizioni di fare una diagnosi più accurata possibile e ciò comporta diversi accorgimenti come il non ripetere gli stessi test somministrati a distanza troppo breve (oppure tener conto dell’effetto della ripetizione), il confronto dei risultati con quelli precedentemente ottenuti, la scelta di ulteriori approfondimenti sulla base dei test effettuati in precedenza…
Tutto ciò viene notevolmente ostacolato se nella prima relazione diagnostica non è presente il suddetto elenco dei test svolti e i relativi punteggi ottenuti dal ragazzo.

7. Alla fine del percorso diagnostico, chi scrive la relazione deve dedicare un tempo ai diretti interessati per la spiegazione di quanto emerso

Questo ovviamente non è un elemento che può essere contenuto nella relazione diagnostica ma è importante quanto la stessa relazione scritta.
Come detto al punto 4, molti genitori non sentono di aver compreso la situazione al termine del percorso diagnostico e tornano su internet per cercare risposte (un po’ come se non fossero mai giunti al consulto con un professionista). Questo può essere evitato se, dopo aver svolto una valutazione diagnostica approfondita e dopo averla descritta in maniera chiara e dettagliata all’interno della relazione diagnostica, il professionista si occupa di spiegare il quadro emerso per chiarire i dubbi dei genitori e del loro figlio perché in fondo l’obiettivo della diagnosi non è scrivere un pezzo di carta ma dare spiegazioni per iniziare a cambiare le cose.

In sintesi, affinché la relazione diagnostica sia davvero utile per un genitore e il proprio figlio, deve essere dettagliata, deve considerare i vari aspetti funzionali che con più probabilità possono interferire col rendimento scolastico (non soltanto il QI e/o un’etichetta di dislessia), deve contenere informazioni su cosa fare dopo la diagnosi e deve essere spiegata a voce dal professionista.

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