“Mio figlio non parla bene. Che cosa può avere?”. La risposta a questa domanda non è sempre semplice. Un problema di linguaggio può avere diverse cause più o meno gravi: una sindrome, un ritardo mentale, un problema anatomico alla lingua o alla bocca, una sordità non diagnosticata, un disturbo dello spettro autistico, e molto altro.

Tuttavia, capita molto spesso che il bambino non abbia nulla se non questa difficoltà nel parlare (parla poco o nulla, usa poche parole, “confonde” le lettere). In questo caso parliamo di disturbo specifico del linguaggio. Si tratta, cioè, di bambini che pur non avendo problemi neurologici, sensoriali o relazionali hanno difficoltà a comprendere e/o produrre parole o frasi rispetto ai loro coetanei.

La maggior parte dei disturbi specifici di linguaggio si risolve col tempo, anche se le difficoltà nell’organizzazione del discorso possono continuare a presentarsi anche in età adulta. Tuttavia, è importante intervenire su questo tipo di problema perché i disturbi del linguaggio tendono ad “evolvere” in disturbi dell’apprendimento (lettura e scrittura). In particolare, le difficoltà di tipo fonologico possono avere come seguito una dislessia o una disortografia, mentre le difficoltà di comprensione verbale e di strutturazione delle frasi possono manifestarsi come disturbo della comprensione del testo.

Un alto motivo per cui è importante ricorrere alla valutazione neuropsicologica e logopedica è che raramente un disturbo di linguaggio appare isolato, ma è spesso accompagnato da una fragilità in qualche altra componente cognitiva.

Mio figlio è intelligente, ma non parla bene. Ha un disturbo primario di linguaggio? Non per forza. L’acquisizione del linguaggio è probabilmente la cosa più difficile che un essere umano fa nel corso della sua vita. C’è chi parte un po’ più lentamente e recupera col tempo (vedi più avanti il discorso sui late bloomers) e chi parte bene ma subisce un periodo di “assestamento” (non è raro osservare una fase di balbuzie fisiologica nei bambini che stanno imparando a strutturare frasi complesse).

Uno degli scopi della valutazione logopedica è proprio quello di distinguere uno sviluppo tipico da uno atipico. Esistono errori tipici della normale acquisizione del linguaggio, come ad esempio alcune semplificazioni (“cala” per “scala”), ma fino a una certa età; esistono poi errori “atipici” che non si incontrano nel classico processo di acquisizione del linguaggio.

Un altro scopo della valutazione è quello di distinguere tra quello che gli inglesi chiamano un problema di “speech” dal problema di “language“. Un problema di “speech” può essere, ad esempio, la famosa “zeppola” (s interdentale) o la “erre moscia” (rotacismo). Anche se questi problemi si manifestano in un linguaggio meno comprensibile, sono del tutto diversi da problemi di tipo fonologico (es: semplificazioni o sostituzioni di lettere, mancata consapevolezza della lunghezza delle parole) o morfosintattico (strutturazione della frase) e hanno un tipo diverso di trattamento.

Secondo l’ICD-10 il disturbo di linguaggio è una condizione in cui l’acquisizione delle normali abilità linguistiche è disturbata sin dai primi stadi dello sviluppo. Il disturbo linguistico non è direttamente attribuibile ad alterazioni neurologiche o ad anomalie di meccanismi fisiologici dell’eloquio, a compromissioni del sensorio, a ritardo mentale o a fattori ambientali. È spesso seguito da problemi associati quali le difficoltà nella lettura e nella scrittura, anomalie nelle relazioni interpersonali e disturbi emotivi e comportamentali

Come si manifestano. I disturbi primari di linguaggio possono presentarsi con un ritardo nella comparsa delle singole parole, alterazione nella produzione dei suoni linguistici o anche difficoltà a livello lessicale, sintattico-grammaticale (la struttura della frase) o pragmatico. Alcuni campanelli d’allarme nella fascia d’età 18-30 mesi sono rappresentati da difficoltà di comprensione del linguaggio parlato, scarso uso di gesti o lentezza nello sviluppo del linguaggio (frasi complesse che tardano a strutturarsi). In sintesi si tratta di bambini che faticano a farsi capire o a comprendere e quindi a sostenere una conversazione.

Quando iniziare a preoccuparsi. Nonostante l’origine dei disturbi specifici di linguaggio (DSL) non sia chiara, nel corso degli anni sono stati messi in evidenza alcuni indici che correlano con un successivo disturbo di linguaggio. In particolare:

  • 5-10 mesi: assenza della lallazione (prima vocalica, poi consonantica)
  • 12-14 mesi: assenza di utilizzazione di gesti (deittici e referenziali)
  • 12 mesi: mancata acquisizione di schemi d’azione con oggetti
  • 18 mesi: vocabolario inferiore a 20 parole
  • 24 mesi: vocabolario inferiore a 50 parole
  • 24-30 mesi: assenza o ridotta presenza di gioco simbolico
  • 24-30 mesi: ritardo nella comprensione di ordini non contestuali
  • 30-40 mesi: ridotta presenza di gioco simbolico
  • dopo i 30 mesi: persistenza di idiosincrasie

 Sabbadini, Disturbi specifici del linguaggio, disprassie e funzioni esecutive

Normalmente i bambini a 18 mesi dovrebbero essere intelligibili al 25% circa delle persone con cui non vige familiarità, per passare al 50% ai 2 anni, tra il 50% e il 75% ai 36 mesi e tra il 75% e il 100% dopo i tre anni.

Pinton, Lena e Zmarich, I disordini fonetico-fonologici in I disturbi del linguaggio (ed. Marotta, Caselli)

Come si diagnosticano. La diagnosi non può prescindere da un’accurata valutazione neuropsicologica e logopedica, precedute da un’accurata anamnesi e molto spesso si rivelano fondamentali anche approfondimenti medici, soprattutto per quanto riguarda l’apparato uditivo. Tutto ciò perché, nella strutturazione di un intervento abilitativo/riabilitativo, non si può prescindere da una conoscenza del profilo del bambino su più aspetti, sia per quanto riguarda le difficoltà che gli specifici punti di forza.

Come evolvono. Innanzitutto è necessario specificare che non tutti i bambini con una difficoltà di linguaggio nei primi anni di vita sviluppano un disturbo primario di linguaggio. Esistono, infatti, i cosiddetti late bloomers che riescono a recuperare in un anno il ritardo rispetto alla norma (ritardo che, a volte, può essere anche considerevole) e i late talkers. Alcuni late talkers evolvono in bambini con DSL. Per alcuni (1-2%) persisterà il disturbo anche in età scolare.

Fabrizi e collaboratori individuano 4 fasi:

Età Fase Cosa accade
18-36 mesi Fase di emergenza Il linguaggio non si sviluppa in modo tipico
36 mesi – 5 anni Fase di strutturazione il DSL si stabilizza
4-5 anni Fase di trasformazione il DSL evolve verso disturbi neuropsicologici e psicopatologici secondari
6 anni – adolescenza Fase di strutturazione del disturbo secondario si struttura un eventuale disturbo di apprendimento e/o un disturbo psicopatologico sul disturbo secondario

 Fabrizi A, Becciu MM, Diomede L, Penge R (2006), I disturbi specifici del linguaggio: percorsi evolutivi e strategie di intervento. Psicomotricità 27:13-23

A 24 mesi i bambini con un disturbo di linguaggio sono circa il 15%, a 5 anni il 3%, in età scolare solo 1-2%.

Circa la metà dei DSL presenterà difficoltà di apprendimento nella lettura, nella scrittura e/0 nel calcolo.

Come si trattano. L’intervento d’elezione per un disturbo specifico di linguaggio è senza dubbio quello logopedico. Va precisato che disturbi “puri” insieme ai quali non siano presenti altri tipi di difficoltà sono piuttosto rari. Bisogna quindi tener conto di altri possibili disturbi che si presentano in concomitanza, da valutare caso per caso, e trattare anche quelli secondo le modalità più opportune.

Per approfondire. Come si classificano i disturbi del linguaggio. Esistono diverse classificazioni del disturbo di linguaggio. I due classificatori più importanti le inquadrano così:

ICD-10

  • Disturbo specifico dell’articolazione
  • Disturbo del linguaggio espressivo
  • Disturbo del linguaggio recettivo
  • Afasia acquisita con epilessia (sindrome di Landau Kleffner)

DSM-5

La nuova edizione del DSM ha apportato numerose modifiche alla classificazione dello sviluppo del linguaggio rispetto alla precedente:

  • Distubo del linguaggio (unisce il disturbo dell’espressione del linguaggio e il disturbo misto dell’espressione e della ricezione del linguaggio)
  • Disturbo fonetico-fonologico (in precedenza disturbo della fonazione)
  • Disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia (in precedenza balbuzie)
  • Disturbo della comunicazione sociale (pragmatica)

Tuttavia, a parte alcune categorie del DSM-5, entrambe le classificazioni non vanno ad analizzare le componenti del linguaggio che sappiamo essere molto diverse tra loro, dalla fonetica alla morfosintassi alla semantica e alla pragmatica. Per questo è ancora utile considerare la classificazione di Rapin e Allen, seppur datata:

  • Agnosia uditivo-verbale
  • Sindrome da deficit fonologico-sintattico
  • Disprassia verbale
  • Deficit di programmazione fonologica
  • Sindrome da deficit lessicale-sintattico
  • Sindrome da deficit semantico-pragmatico

Rapin, I. and Allen, D.A. 1998: The semantic-pragmatic deficit disorder: classification issues. International Journal of Language and Communication Disorders, 33 (1), pp. 82-87.

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