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Troppo spesso nel nostro lavoro sentiamo parlare di diagnosi ‘per DSA’ ovvero di procedure diagnostiche che vanno alla ricerca di un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA); si tratta di valutazioni che si limitano ad escludere un eventuale deficit intellettivo e a ricercare problemi negli apprendimenti scolastici (lettura, scrittura e calcolo), come se questo fosse sufficiente a spiegare le possibili difficoltà scolastiche di un ragazzo. Ci preme perciò mettere in evidenza alcuni aspetti che troppo spesso vengono ‘dimenticati’: la dislessia è un a diagnosi per esclusione (così come quella di discalculia, di disortografia e di disgrafia) e tra ragazzi dislessici ci sono enormi differenze. Adesso entriamo un po’ più nel dettaglio.

Diagnosi per esclusione

Non esiste un test per diagnosticare la dislessia ma esistono test per rilevare la capacità di leggere, scrivere e far di conto, test per “quantificare” il livello intellettivo, così come test per stimare le capacità linguistiche, attentive, mnemoniche, strategiche… Ma nessuno di questi test da solo è sufficiente a porre una di DSA. In questo senso, non ci sono test specifici per la dislessia.
Quando ci viene portato in valutazione un bambino per difficoltà di apprendimento scolastico non dovremmo cercare la dislessia ma dovremmo indagare le possibili cause di tali difficoltà (attenzione? Memoria? Ragionamento? Linguaggio? Automatizzazione della lettura, della scrittura o del calcolo?…).
Limitarsi a valutare il QI e gli apprendimenti scolastici farà sì che vengano ignorate tante altre difficoltà che possono incidere molto sul rendimento scolastico e, secondo la nostra esperienza, anche più dei problemi in lettura, scrittura e calcolo. Tante volte abbiamo a che fare con genitori che notano difficoltà nei figli e che non trovano spiegazioni esaustive nelle diagnosi ‘per DSA’ che questi ultimi hanno ricevuto (quelle che, come detto, si limitano a test del QI, lettura, scrittura e calcolo): difficoltà nel formulare un discorso, nel comprendere testi scritti o spiegazioni verbali, nel rimanere concentrato per il tempo necessario a svolgere le attività scolastiche o i compiti per casa, problemi nell’organizzarsi e gestire le proprie attività (iniziare e terminare i compiti, preparare lo zaino, appuntarsi le attività da svolgere e verificare di averle portate a compimento), scarsa memoria… sono tutte difficoltà che non possono essere spiegate con un test del QI (sia pure multicomponenziale) o con un etichetta diagnostica, cioè quella di DSA. È per questo motivo che esistono e dovrebbero essere utilizzate anche altre prove che consentirebbero una comprensione più precisa delle difficoltà del ragazzo. Facciamo alcuni esempi:

  • Andrebbe valutato il linguaggio in comprensione (BVL, PPVT, TROG2, TCGB, Rustioni, Comprensione di Istruzioni della NEPSY-II, Comprensione Sintattica della BVN 5-11, Token Test della BVN 12-18…), in produzione (BVL, Brizzolara, Denominazione Lessicale della BVN 5-11 e della BVN 12-18, Generazione di Frasi della BVN 12-18, Denominazione Veloce della NEPSY-II…) e negli aspetti metafonologici (CMF, Elaborazione Fonologica della NEPSY-II…)

 

  • Sarebbero da prendere in considerazione gli aspetti di attentivi nelle loro varie componenti (Attenzione Visiva Selettiva e Attenzione Uditiva Selettiva della BVN 5-11 e della BVN 12-18, Attenzione Uditiva e Set di Risposta della NEPSY-II, Attenzione Uditiva e Test CP della BIA…)

 

  • Non andrebbero mai tralasciati i vari aspetti delle funzioni esecutive come l’inibizione, l’aggiornamento di memoria di lavoro, la flessibilità cognitiva, le fluenze e la pianificazione (Elithorn Perceptual Maze Test della BVN 12-18, il test della Torre di Londra presente nella BVN 5-11, nella BVN 12-18 e nella TOL, il Test delle Ranette, il test MF14 ed MF 20, lo Stroop Numerico, il Completamento Alternativo di Frasi, il Test di Memoria Strategica, tutti contenuti nella BIA, l’Inibizione contenuta nella NEPSY-II, la Fluenza Fonemica e la Fluenza Categoriale contenute nella BVN 5-11 e nella BVN 12-18, lo span visuo-spaziale della BVS-CORSI, la Memoria di Cifre e il Riordinamento di Lettere e di Numeri della WISC-IV…)

 

  • Meriterebbero rilevanza anche le capacità di memorizzazione (Apprendimento Selettivo di Parole, Rievocazione Libera di Parole e Apprendimento di Coppie di Parole della BVN 5-11, Ricordo Selettivo di Parole e Memoria di Posizione Supra-Span della BVN 12-18, i vari test contenuti nel TEMA, la Memoria Narrativa e la Memoria di Liste della NEPSY-II)

 

  • … E l’elenco potrebbe allungarsi ancora!

 

Di fronte a tutti questi aspetti, che hanno indubbie ripercussioni sull’apprendimento scolastico, si può pensare davvero di ridurre una valutazione cognitiva a un test del QI (WISC-IV di solito)? Farlo sarebbe come affermare implicitamente di aver già deciso quale sia la diagnosi: dislessia senza alcun tipo di altre difficoltà. Ci piacerebbe che tutto fosse così semplice ma la realtà è che molto raramente i DSA si presentano in maniera isolata, cioè senza la compresenza di altre difficoltà (linguaggio, attenzione, memoria…). Inoltre, durante gli approfondimenti fatti con test specifici, non è raro trovare anche dei veri e propri punti di forza, per esempio in ambito verbale o mnemonico, e anche i punti di forza non possono essere trascurati, visto il gran parlare che si fa riguardo alla personalizzazione della didattica.

Differenze fra persone dislessiche

Si dice spesso e giustamente che una persona dislessica è diversa da un’altra con la ‘stessa’ diagnosi e se questo è vero, la valutazione neuropsicologica deve necessariamente far emergere queste diversità. L’ormai famoso Piano Didattico Personalizzato (PDP) DEVE tenere conto di queste differenze. Non ci riferiamo soltanto a differenze nel QI, nelle difficoltà di lettura, scrittura e calcolo o a quelle caratteriali. Riprendendo un po’ il discorso fatto al punto precedente, intendiamo le diversità nei vari aspetti neuropsicologici. Sarà quindi fondamentale sapere se ci siano difficoltà di tipo linguistico, anche pregresse, e questo andrà valutato nel dettaglio perché problemi legati all’ambito fonologico o all’accesso lessicale (soltanto per fare due esempi) portano solitamente conseguenze diverse e prevedibili sugli apprendimenti scolastici. Anche in ambito attentivo-esecutivo c’è molta differenza, per esempio, tra i problemi di concentrazione per periodi protratti e deficit legati all’impulsività, alla memoria di lavoro o alla pianificazione. Un discorso analogo si potrebbe fare riguardo alla memoria. Si dice spesso che i dislessici facciano fatica a memorizzare informazioni ma non è sempre vero e, quando lo è, si possono comunque evidenziare discrepanze fra un ambito e l’altro (quello verbale e quello visivo, per esempio). Alcune volte le capacità di apprendimento mnemonico sono effettivamente al di sotto di quanto previsto per l’età della persona valutata, altre volte sono addirittura superiori.
Ha senso allora fare un Piano Didattico Personalizzato che non tenga conto di queste differenze individuale? Come si fa a tenerne conto se una valutazione diagnostica si limita alla definizione stretta di DSA (QI nella norma e apprendimenti scolastici deficitari, per estremizzare)? Un PDP deve tenere conto dei punti di forza e dei vari contesti in cui lo studente può incontrare difficoltà e per ottenere questo è necessario che la valutazione diagnostica non sia ‘per DSA’ ma piuttosto servirebbe una valutazione accurata che cerchi di capire l’origine delle difficoltà, di qualunque tipo esse siano.

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