La creatività può essere definita come la capacità di pensare in modo adattivo, innovativo e flessibile. Questo tipo di abilità, al pari di altre, tende ad aumentare fino all’età adulta per poi declinare lentamente fino alla vecchiaia, anche in assenza di demenza[3] [4] [5].

Tale capacità sembra essere una caratteristica centrale nella cognizione umana, al punto che secondo gli studi di alcuni autori[2] il successo accademico (misurato con il numero di pubblicazioni scientifiche) correlerebbe con la capacità di mantenere questa abilità col passare degli anni.

Questo ci porta automaticamente a una questione molto rilevante: il pensiero innovativo può essere incrementato nelle persone meno giovani e anziane?


La ricerca

Per rispondere alla domanda, Chapman e colleghi[1] hanno messo a punto un’interessante studio nel quale un gruppo di soggetti (di età compresa tra 56 e 75 anni) è stato sottoposto a uno specifico training cognitivo incentrato su Attenzione Strategica (selezionare le informazioni più rilevanti per i propri obiettivi e compiti da svolgere), Ragionamento Integrato (sintetizzare le informazioni a un livello di interpretazione più profondo, andando alla loro essenza o individuando gli scopi chiave di un compito) e Innovazione (aggiornamento flessibile di idee e prospettive).
Tali esercizi venivano condotti in parte in presenza di un clinico esperto e in parte individualmente a casa tramite una specifica applicazione.

Prima e dopo il periodo di training cognitivo, tutti i soggetti sono stati sottoposti a un test per valutare la creatività, in modo da poter misurare i cambiamenti indotti dal training stesso.

I punteggi ottenuti da chi aveva sostenuto il training sono stati confrontati con quelli di un gruppo di soggetti che invece aveva svolto un periodo di allenamento fisico e con quelli di un altro gruppo che invece non aveva svolto alcun tipo di attività ma era stato soltanto sottoposto agli stessi test sul pensiero innovativo.

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I risultati

Analizzando statisticamente i risultati è emerso che il gruppo sottoposto a training cognitivo, rispetto agli altri gruppi (‘esercizio fisico’ e ‘nessun training’) ha migliorato le proprie performance nelle prove di creatività.

Inoltre il cervello di tutti i soggetti è stato analizzato con fMRI, una tecnica di risonanza magnetica che permette di analizzare l’attività cerebrale; da ciò è stato che osservato i soggetti che avevano svolto il training cognitivo mostravano modificazioni nella connettività tra aree del cervello sottostanti le funzioni esecutive.

Sviluppi futuri

Malgrado le apparenze questi dati, seppur molto interessanti, non sono ancora sufficienti per stabilire se il tipo di training utilizzato dai ricercatori sia realmente efficace e utile per diversi motivi: innanzitutto il test utilizzato per valutare la creatività non è stato sottoposto ancora ad adeguate verifiche per stabilire quanto sia valido; inoltre non sappiamo se questo tipo di allenamento mentale abbia poi ricadute effettive nella vita reale delle persone e, in caso affermativo, se questi miglioramenti siano duraturi o soltanto transitori.

Si intravedono allora nuove possibilità di ricerca per rispondere a molti quesiti: questo tipo di training cognitivo funziona anche sui giovani? Dal momento che la creatività sembra favorire alcuni tipi di performance lavorative, questo tipo di training potrà migliorare il rendimento lavorativo (almeno in alcune tipi di mansioni)? I cambiamenti perdurano nel tempo? Questo tipo di allenamento mentale incide anche su altre funzioni cognitive?
Dati i risultati ottenuti fino ad ora, c’è da attendersi che a breve vedremo altre novità.

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