Questo articolo “Fonetica e fonologia: dalla teoria alla riabilitazione nel bambino e nell’adulto” è suddiviso in quattro parti:

Lo scopo è quello di mostrare la stretta relazione tra la teoria linguistica e la pratica logopedica in valutazione e riabilitazione. Ognuno degli argomenti trattati richiederebbe un libro a parte, dunque a molti specialisti questa trattazione potrà sembrare superficiale. Tuttavia, ritengo che avere un quadro generale prima di entrare nel dettaglio possa aiutare molti di coloro che si accingono a studiare, per lavoro o per passione, questa materia. Per segnalare qualunque incongruenza potete scrivermi a [email protected]

Spesso i test per la valutazione dell’afasia non presentano una parte esplicitamente dedicata alla fonologia, ma permettono di inferire le abilità fonologiche residue del paziente e un’eventuale compromissione del sistema fonologico attraverso le altre prove (racconto spontaneo, denominazione, decisione lessicale, ecc.). In particolare, nel BADA (Miceli e altri, 1994), sono presenti prove di discriminazione di non parole volte a valutare l’entità del disturbo fonologico non lessicale.

Il modello neoconnessionista di Kendall e altri (Phoneme-Based Rehabilitation of Anomia in Aphasia, 2008) afferma che “le rappresentazioni fonologiche fungono da pattern di connettività con e tra i domini uditivo, motorio-articolatorio, ortografico e concettuale-semantico) […] In seguito a ictus, le rappresentazioni fonologiche residue fungerebbero da “fondamenta” per migliorare la capacità di recupero lessicale” (Boscarato e Modena, p.46).

È interessante notare il cambiamento di prospettiva: poiché non siamo più nell’ambito evolutivo, non dobbiamo “acquisire” una nuova competenza ma cercare di ricostruire le abilità fonologiche al fine di agevolare il recupero lessicale. Non si tratta di nulla di sorprendente se si considera che buona parte della riabilitazione neuropsicologica si basa sul modello semantico-lessicale in cui l’aspetto fonologico rappresenta la porta d’ingresso e di uscita della comprensione e della produzione verbale.

Le attività proposte da Kendall e collaboratori sono:

  • Esposizione di immagini dell’apparato fonoarticolatorio con la corretta articolazione dei suoni
  • Dare informazioni relative alle caratteristiche visive e propriocettive necessarie per articolare correttamente i fonemi
  • Descrivere le caratteristiche oromotorie che permettono di distinguere un fonema dall’altro
  • Distinzione e manipolazione di parole e non parole da ascoltare, leggere mentalmente e produrre oralmente

Un altro metodo che sfrutta l’aspetto fonologico per favorire il recupero lessicale è il Phonological Components Analysis (PCA) di Leonard, Rochon e Laird (2008). In questo caso si presenta un’immagine al centro di un foglio chiedendo di recuperare la parola bersaglio; indipendentemente dalla riuscita, si incita il paziente a recuperare alcune caratteristiche fonologiche:

  • parola in rima
  • primo fonema
  • una parola che inizi con lo stesso fonema
  • ultimo fonema
  • numero di sillabe

Anche Basso (nel libro citato in apertura) propone di lavorare sul buffer fonologico nel caso venissero individuati errori nella ripetizione di sillabe. Anche il trattamento si basa sulla discriminazione di sillabe sempre più complesse viste e/o udite (nel caso di sillabe lette, si possono usare diversi caratteri per evitare il confronto meramente visivo). Come sottolinea Basso, tutti questi tipi di input possono essere programmati per essere eseguiti al computer (Basso 2005, p.74).

In generale, molte tecniche prevedono un cue fonologico (fonema o grafema iniziale) per sollecitare il recupero di una parola. Secondo Conroy (Using phonemic cueing of spontaneous naming to predict item responsiveness to therapy for anomia in aphasia,2012) le parole denominate con cue minimo in valutazione sono quelle che hanno più probabilità di essere denominate senza cue al termine della terapia.

Tra gli studi che cercano di potenziare abilità fonologiche non lessicali c’è un lavoro di Corsten e altri (Treatment of input and output phonology in aphasia, 2007) in cui, attraverso l’uso del computer, vengono mostrate parole e non parole monosillabiche sempre più complesse. Il paziente deve:

  • decidere se due parole ascoltate sono uguali o diverse
  • identificare, fra 4 parole scritte, la parola ascoltata
  • presentazione progressiva di 4 parole in modalità uditiva e visiva e successiva produzione da parte del paziente (ripetizione o lettura)

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