Un anno fa scrissi un articolo fortunato sugli effetti negativi del tablet sui bambini, e più in generale sul perché i bambini sono in grado di usare con estrema facilità le tecnologie mobile. Seguire con attenzione le nuove generazioni è un dovere per chi ha responsabilità verso i bambini e gli adolescenti (dai genitori agli operatori), ma non deve farci dimenticare che anche noi siamo vittime di una comunicazione alterata portata avanti dai social media (e non solo).

Tristan Harris, ex designer di Google, parla esplicitamente di Brain hacking per spiegare il modo in cui i giganti del web manipolano la nostra attenzione e i nostri interessi. Oggi, con argomentazioni simili, anche Arturo Di Corinto ha deciso di staccare la spina a social e app. È ancora presto per parlare, dati alla mano, degli effetti delle nuove tecnologie sulle nostre capacità cognitive (anche se una riduzione dei tempi di attenzione è qualcosa su cui molti punterebbero a occhi chiusi), ma possiamo comunque confrontare la comunicazione sulle grandi piattaforme (Facebook, Youtube, Instagram) per individuare gli aspetti patologici.

La massima di quantità e i contenuti infiniti

Negli anni 70 Paul Grice definì le 4 massime conversazionali, ovvero principi per cooperare alla conversazione:

  • quantità
  • qualità
  • relazione
  • modo

La massima della quantità recita “Non essere reticente o ridondante”. L’informazione deve essere, insomma, adeguata alla richiesta, né più né meno. Pensiamo, adesso, a quello che succede da qualche anno alla fine della riproduzione di un video di YouTube: parte un nuovo video, non scelto da noi. Per impedirlo, dobbiamo premere “Annulla” in tempo. È richiesta, insomma, un’azione esplicita per non ricevere nuovi contenuti.Pochi entrano su Youtube con l’intenzione di passarvi delle ore. Di solito si entra per guardare un singolo video. Quando Youtube ti ha agganciato, però, il singolo video può diventare una sessione interminabile.

Immaginiamo una situazione simile con un essere umano. Telefoniamo a un amico per sapere l’orario dello spettacolo di stasera. L’amico ci dà l’informazione. Se non riattacchiamo in tempo, però, inizia a parlarci di un altro spettacolo che ha visto ieri e potrebbe interessarci. Poi passa a recensire tutti i cinema in cui è stato. La telefonata di due minuti diventa una conversazione di ore. È importante notare, infine, che la scelta degli argomenti la fa lui.

Ogni piattaforma ha le sue strategie per darti sempre più informazione di quella che cercavi inizialmente: dalla riproduzione automatica dei video di Youtube, allo scroll infinito di Facebook e Instagram, passando per il “potrebbe interessarti anche” dei blog o il “Gli utenti che hanno acquistato il tuo articolo hanno scelto anche…” di Amazon. Questo piede nella porta  non mostra mai apertamente le sue conseguenze e sarà sempre presentato come una cosa da poco, anche quando un singolo click porterà a perdere mezza giornata o ad acquistare altri 5 prodotti.

I tuoi obiettivi diventano i miei obiettivi

Connesso al punto precedente c’è il discorso della divergenza di obiettivi. Noi, spesso, abbiamo bisogno di un’informazione specifica. Le piattaforme ci forniscono quell’informazione (il nostro obiettivo), ma esponendoci prima o contemporaneamente le loro (i loro obiettivi). Lo spazio in cui scriviamo i tweet è lo stesso in cui ci appare il nostro feed. Lo spazio degli Eventi di facebook è lo stesso dei post generici.

Un po’ come dire “Ti dico che ore sono mostrandoti l’orologio, così non potrai non notare la giacca di sartoria. Sai, ne ho un intero negozio”

Perché scegliere quando posso scegliere per te?

Lascia che ti suggerisca le serie TV in base a quello che hai già visto. Che ti ordini le notizie in base a quello che ti piace di più. Che ti dia delle alternative predefinite anziché richiederti una risposta originale. Che scelga per te delle possibili risposte da dare agli altri.

Quando Gmail ha introdotto Smart Reply, delle risposte rapide da dare alle mail appena ricevute attraverso un singolo click, ho subito pensato ai set chiusi di risposta. Chi lavora nell’ambito della patologia della comunicazione sa che si consiglia di usare delle risposte chiuse con chi non è (o non è più in grado) di esprimersi facilmente in modo strutturato.

Dice, giustamente, il già citato Tristan Harris: se controlli il menu, controlli le scelte. Se fornisci un set chiuso di reazioni a una notizia, induci le persone a scegliere tra una di esse (avete notato che tra le reazioni negative sotto i post di Facebook c’è solo “Rabbia”?). Se selezioni i post da far vedere per primi, fornisci gli argomenti ai quali si penserà durante la giornata. Davanti a un menu – o a contenuti pre-selezionati, dobbiamo chiederci:

  • quello che vedo risponde alle mie esigenze o a quelle di chi ha fatto la pagina?
  • ci sono altre scelte oltre a quelle offerte dal menu?

Le “Smart” Reply dal blog di Google.

Dammi la tua attenzione

“Ti scrivo su Whatsapp, rispondi quando hai tempo”.

Possiamo pensare a una mail o a un messaggio whatsapp come a una lettera in buca, ma la verità è che non è così. Ricorda sempre Tristan Harris che le aziende sanno che un messaggio che interrompe un’attività induce le persone a rispondere prima. Dunque, il messaggio in chat assomiglia più a una persona che bussa mentre stai lavorando chiedendo ripetutamente la tua attenzione. Come?

  • Attraverso le notifiche che attivano quella sensazione di dover rispondere pur di far scomparire l’icona rossa col numerino
  • Attraverso le “spunte” o i “messaggio letto alle…”

Ho bisogno di un’informazione di lavoro, ma è scortese chiamare il collega alle 23:00. Posso lasciargli un messaggio su Whatsapp. Guarda, l’ha visualizzato. Certo che a questo punto potrebbe rispondere…

L’elenco dei motivi per cui un rapporto intensivo con i social media e le grandi piattaforme in generale può avere effetti tossici non si esaurisce certo qui. Per dirla in breve, secondo Harris:

  • Le notifiche esercitano un meccanismo di gratificazione simile a quello delle slot machines
  • I social giocano sulla nostra paura di perdere notizie importanti (per cui siamo molto restii a disiscriverci)
  • I social puntano sulla gratificazione sociale e sul “do ut des” di like, commenti, endorsement
  • Le aziende rendono molto più difficili certe azioni non desiderate (es: cancellarsi da un sito) rispetto a quelle desiderate, che solitamente si fanno in un click

Di Corinto, inoltre, pone l’accento su altri aspetti:

  • L’attenzione si concentra sui conflitti. L’obiettivo di chi vuole avere più visualizzazioni è ospitare o creare conflitti
  • I testi diventano sempre più brevi e meno ragionati: dai caratteri di twitter ai meme
  • Uno spazio in cui tutti hanno lo stesso diritto di parola indipendentemente dalla preparazione presta il fianco all’effetto Dunning Kruger
  • I social alimentano il voyeurismo e il narcisismo
  • I social sono gratuiti… ma non ci pagano. In realtà “produciamo” tantissimo per le tasche delle diverse aziende senza ottenere niente in cambio (a meno che il lettore di questo articolo non sia un influencer)
  • I problemi legati alle fake news e alla sicurezza

Sempre più persone stanno rinunciando all’uso parziale o totale dei social media. Alcuni non vogliono (o non possono) farlo. In ogni caso, riflettere sul tipo di comunicazione e sulle strategie usate per catturare la nostra attenzione e orientare le nostre azioni non può che aiutarci ad affrontare in modo più consapevole questi spazi “virtuali” che di virtuale hanno ben poco, dato l’impatto che hanno sulla vita di ognuno di noi.

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