Chi segue questo sito ci è ormai abituato, parliamo spesso di ADHD. Ne abbiamo parlato dal punto di vista di chi convive con bambini e ragazzi con queste caratteristiche, così come ne abbiamo parlato dal punto di vista degli specialisti, soprattutto in merito al profilo neuropsicologico.

Un altro argomento su cui spesso ci soffermiamo riguarda l’evoluzione dell’ADHD all’aumentare dell’età. Questo è un aspetto su cui si interrogano tante volte i genitori dei bambini che giungono all’attenzione degli specialisti, ed è ovvio che sia così. Spesso sono allarmati perché hanno paura che la loro vita non sarà semplice poiché temono che possano non essere sufficientemente autonomi. Fortunatamente la strada non è sempre così in salita, nonostante alcune difficoltà siano piuttosto frequenti.

Da questo punto di vista sono molto utili le ricerche scientifiche, soprattutto quelle che analizzano le traiettorie evolutive dei bambini in un lungo lasso di tempo. Va anche detto che questi studi, data la loro complessità, sono davvero scarsi; stavolta però siamo fortunati perché ne abbiamo scovato uno[1], molto interessante, che riguarda le entrate economiche degli adulti con diagnosi di ADHD in età evolutiva.


La ricerca

Come abbiamo detto, l’obiettivo dello studio era quello di indagare gli effetti a lungo termine dell’ADHD sul successo economico. A questo scopo Pelham III e i suoi collaboratori[1] hanno selezionato, tra il 1987 e il 1996, un gruppo di 364 bambini con diagnosi di ADHD e un gruppo di 240 bambini a sviluppo tipico, che sono poi stati rivalutati all’età di 25 anni per indagare il loro status socio-economico. La valutazione è stata effettuata di nuovo all’età di 30 anni per valutare il cambiamento nell’arco di 5 anni.

Risultati

Quello che i ricercatori hanno potuto osservare è molto interessante e i risultati vale la pena citarli a uno a uno.

Un primo gruppo di risultati riguardava i dati raccolti all’età di 30 anni:

  • Le persone con ADHD avevano una percentuale di disoccupazione più alta rispetto ai normotipici, cioè il 22% contro il 13%.
  • Il gruppo dei soggetti con diagnosi di ADHD guadagnava il 37% in meno rispetto al gruppo di controllo.
  • Gli individui con ADHD mediamente mettevano da parte il 66% in meno di risparmi.
  • Il 22% delle persone con ADHD riceveva aiuti economici dai genitori mentre nei normotipici soltanto l’8%.
  • Lasciando la propria abitazione, il 47% dei soggetti con ADHD era tornato a casa dei propri genitori, rispetto al 27% del gruppo di controllo.
  • Infine, gli individui con ADHD avevano chiesto aiuti economici di emergenza con il doppio della frequenza rispetto agli altri.

Un aspetto interessante è che, quando si controllava solo il sottogruppo di ADHD riduzione dei sintomi, gran parte dei risultati rimaneva significativo, persino quando si considerava il sottogruppo con ADHD ma totale remissione dei sintomi.

Inoltre, gli effetti dell’ADHD sul livello economico venivano parzialmente mediati dal livello di istruzione. Detto in altri termini, tanto più era alto il livello di istruzione e tanto meno si osservava discrepanza economica rispetto alle attese nella popolazione “normale”. Tuttavia, va notato che l’effetto veniva soltanto mitigato ma non spariva, cioè anche in presenza di elevato livello accademico le differenze economiche tendevano a persistere, seppur in misura inferiore.

Un secondo gruppo di risultati invece riguardava i cambiamenti osservati tra i 25 e i 30 anni di età:

  • Rispetto al vivere con i propri genitori, in questo lasso di tempo, le persone con ADHD passavano dal 40% al 33% mentre il cambiamento era molto più marcato nei normotipici che passavano da un 28% a un 12%.
  • Nel gruppo con ADHD l’incremento del guadagno mensile in 5 anni era di 285 dollari, mentre nel gruppo di controllo il guadagno mensile cresceva di 974 dollari.
  • Gli individui con ADHD, nell’arco di 5 anni, aumentavano i risparmi di 1.508 dollari mentre i normotipici aumentavano i risparmi di 3.722 dollari.

Il terzo gruppo di risultati concerneva le proiezioni sull’intero arco di vita dei dati appena elencati; il più rilevante era questo:

  • Rispetto ai soggetti del gruppo di controllo, quelli con ADHD guadagnerebbero nell’intero arco di vita 1,1 milioni di dollari in meno (2,26 milioni anziché 3,36 milioni).

L’ultimo gruppo di risultati era relativo sempre alle proiezioni dei dati già elencati, ma stavolta per stimare il patrimonio all’età del pensionamento:

  • Le stime del patrimonio accumulato dalle persone con ADHD all’età del pensionamento variavano da una riduzione del 35% rispetto ai normotipici, fino a un 64% in meno.

Conclusioni

Quando si parla di ADHD siamo soliti pensare agli effetti immediati sul rendimento scolastico e sul comportamento, insieme forse alla futura presenza di altre problematiche quali i livelli aumentati di stress, la depressione o l’abuso di sostanze (che, è bene ricordare, non sono sempre presenti). In questo caso invece sono stati presi a riferimento gli indicatori economici, scoprendo come l’ADHD mostri ripercussioni in quasi tutti i parametri (guadagno, capacità di risparmiare, necessità di aiuti economici altrui…).

In precedenza, abbiamo accennato al fatto che questi problemi finanziari fossero presenti anche nel sottogruppo di ADHD con remissione dei sintomi; questo aspetto è molto rilevante e dovrebbe essere preso in seria considerazione dai clinici che lavorano in questo ambito. Molto spesso nell’impostazione dei trattamenti per individui con ADHD ci si focalizza principalmente sugli aspetti relativi ai test (miglioramento delle performance cognitive) e su quanto riferito da genitori e insegnanti (miglioramento del comportamento). Questa ricerca ci mostra invece che gli effetti dell’ADHD possono essere così estesi da richiedere un monitoraggio molto più ampio.
Ovviamente non tutte le persone con ADHD coinvolte in questo studio avevano problemi finanziari; il 15% di loro, infatti, aveva una situazione finanziaria abbastanza buona secondo gli standard statunitensi (da rilevare però che nel gruppo di controllo questa percentuale saliva al 45% dei trentenni).

Un altro elemento rilevante riguarda il livello di istruzione. Pur trattandosi soltanto di evidenza statistica di tipo correlazionale, i dati suggeriscono che un livello di studio alto riduca l’effetto negativo dell’ADHD sulle entrate economiche; al tempo stesso i dati mostrano che il 9% del campione di persone con ADHD lasciano anticipatamente gli studi (a fronte dell’1% nel gruppo di controllo) e che soltanto il 14% di loro raggiunge un bachelor’s degree, che potremmo equiparare alla nostra laurea triennale (rispetto al 53% del gruppo di controllo).

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È possibile quindi che una fondamentale modalità di “trattamento” nell’ADHD riguardi gli interventi per evitare la dispersione scolastica, facendo sì che i ragazzi raggiungano il maggior numero di traguardi scolastici e accademici nelle loro possibilità.

Infine, è necessario tenere conto di alcuni limiti di questa ricerca che ci impongono cautela nell’interpretazione e generalizzazione dei suoi risultati. Senza entrare troppo nel dettaglio (chi vuole può sempre approfondire leggendo la ricerca originale linkata in bibliografia), basti pensare che questi dati sono raccolti su un campione di popolazione statunitense, cioè in un contesto sicuramente differente da quello italiano, sia per quanto riguarda l’ambiente scolastico e universitario, sia rispetto all’ambito lavorativo.
Tuttavia, questi dati impongono una grande riflessione, soprattutto nei clinici e nei ricercatori che si occupano di questo settore.

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