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Le doppie nel linguaggio orale

Identificare le doppie nel linguaggio orale è molto più difficile di quanto possa sembrare. Diciamo ad alta voce “patto” e “pato”. Proviamo a dirlo di nuovo, rallentando per marcare le differenze. No, non c’è una “t” ripetuta due volte. Qual è, quindi la differenza? Nell’intensità? Nella durata?

Gli stranieri che nella loro lingua madre non hanno le doppie, ad esempio, faticano a percepirle e a riprodurle in italiano, per questo spesso cercano semplicemente di memorizzare le parole con le doppie anziché percepirle.

In pratica, nella loro lingua le doppie non hanno un valore “contrastivo”, non servono cioè a discriminare due parole anche molto diverse tra loro (come, invece, avviene in italiano, ad esempio tra /sete/ e /sette/ o tra /tori/ e /torri/). È lo stesso fenomeno per cui noi italiani non percepiamo le moltissime differenze di durata delle vocali nelle parole inglesi (dato che non abbiamo una differenza /palo/-/paalo/, mentre in inglese i suoni /ship/ e /shiip/ indicano due parole molto diverse) e le pronunciamo con lo stile che ci caratterizza.

Per approfondire: Fonetica e fonologia: dalla teoria alla riabilitazione nel bambino e nell’adulto

Non tutte le lingue hanno le doppie. Per molti stranieri è davvero difficile discriminare e produrre i suoni doppi in italiano.

In italiano, invece, come già detto, le doppie differenziano parole anche molto diverse tra loro e per questo motivo è importante riuscire a discriminarle. Ma da un punto di vista acustico, cosa ci permette di “sentire” le doppie rispetto alle singole consonanti? Sostanzialmente quattro fattori di cui il primo è considerato il più importante:

  1. La maggiore durata articolatoria della consonante (che in italiano ha comunque un rapporto più basso – 1:1.8 – rispetto al giapponese – 1:3)
  2. La maggiore intensità della consonante
  3. La minore durata della vocale precedente
  4. La maggiore intensità della vocale che segue

In pochi casi si può avere anche una breve pre-aspirazione (per le consonanti /pp/, /tt/, /kk/).

Il nostro cervello, insomma, esegue un raffinato lavoro di analisi che gli permette di identificare un suono chiamato “doppio” ma che in realtà doppio non è. Basterà questo a permetterci di scrivere bene le doppie senza commettere errori? Sicuramente no. La discriminazione delle doppie è un buon punto di partenza, ma non è tutto. Anzi…

Le doppie non sono consonanti ripetute due volte. La percezione delle doppie è il frutto dell’analisi effettuata dal cervello su alcuni aspetti acustici (durata e intensità) della consonante, ma anche della vocale precedente e successiva.

Lunghezza della vocale precedente nelle doppie
Lunghezza della vocale precedente nelle doppie

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Le doppie nella scrittura

Basta saper discriminare le doppie per scriverle bene? Ovviamente no. Il passaggio dal raddoppiamento orale al raddoppiamento scritto non è così lineare. Prendiamo, ad esempio, alcune varianti regionali in cui a volte il parlante dice /sabbato/ o /mobbile/ ma è ovviamente in grado di scrivere la parola correttamente, spesso non accorgendosi della differenza tra quanto detto e quanto scritto.

Inoltre, secondo uno studio francese, anche in individui che hanno ben automatizzato il processo, la velocità di scrittura comunque “rallenta” in vista di una doppia, probabilmente perché la nostra rappresentazione del tipo di lettera è diversa da quella della quantità di lettere, per cui la scrittura della doppia richiederebbe un lavoro cognitivo supplementare.

Ancora, è molto più facile che un bambino scriva correttamente più spesso alcune parole con la doppia anziché altre. Sono, ovviamente, quelle a cui è stato esposto più spesso. Questo perché, in modo più o meno consapevole, ha memorizzato la rappresentazione grafica della parola e, dunque, ha una sorta di aspettativa su come la parola dovrebbe apparire graficamente. Dopo aver visto tantissime volte la parola “mamma”, si accorgerà infatti dell’assenza di una “m” quando vedrà “mama”.

Non è raro che, in alcuni bambini, sia la memoria della forma scritta della parola più che la sua versione acustica a indirizzare verso il corretto uso delle doppie. Un lavoro al contrario che parte dalla scrittura e arriva al linguaggio. È quel compenso utilizzato da molti stranieri di cui parlavamo all’inizio: se non riesco a sentire le doppie, provo almeno a memorizzare il maggior numero di parole possibile con la doppia. In questo caso, le regole di raddoppiamento o non raddoppiamento (ad esempio, la “z” che non va raddoppiata nei suffissi in -zione) sono una vera ancora di salvezza.

Scrivere una doppia richiede un piccolo lavoro cognitivo in più. Non è raro che il bambino faccia più affidamento al ricordo visivo della parola piuttosto che al suo aspetto acustico.

Come scrivere bene le parole con le doppie

Sono diverse le attività che possono essere svolte per migliorare la consapevolezza delle consonanti raddoppiate. Alcune fanno riferimento alla discriminazione uditiva, altre puntano al rafforzamento della rappresentazione grafica della parola.

Alcuni tipi di attività possono essere:

  • Lavoro sulla discriminazione di intensità e durata di suoni non linguistici e, in seguito, di suoni linguistici (consonanti e vocali)
  • Memory e tombole di coppie minime (sera/serra, nono/nonno, coro/corro), da presentare attraverso le immagini o attraverso le parole chiedendo al bambino di pronunciarle ad alta voce
  • Identificazione della doppia o non doppia (con pulsanti o palettine, o col “gioco delle casette”)
  • Decisione ortografica mirata alla memorizzazione della corretta forma scritta
  • Ricerca di errori in frasi contenenti parole con la doppia
  • Esercizi di completamento, possibilmente utilizzando le caselle in modo da far riflettere il bambino sul numero corretto di lettere da inserire.
  • Uso del computer con correttore ortografico

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