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Che cosa sono. Si tratta di disturbi che insorgono in seguito a lesioni cerebrali di varia natura (per esempio, trauma cranico o ictus). I sintomi variano molto in relazione al tipo di lesione. I deficit cognitivi che si incontrano possono riguardare l’attenzione, la memoria, il linguaggio, il movimento, la percezione e le cosiddette funzioni esecutive.

Come si manifestano. Questi disturbi possono manifestarsi in molti modi come, ad esempio, con inerzia (la persona può mostrare disinteresse per ogni attività), disinibizione e impulsività (si può assistere a incapacità di inibire comportamenti sconvenienti), incapacità di parlare, grave difficoltà di comprensione del linguaggio, importante disattenzione, smemoratezza, apparente “cecità” per tutto ciò che si trova in una parte del campo visivo (neglect), difficoltà a eseguire compiti motori apparentemente banali. A fronte di problemi così evidenti si può assistere, in chi ne è affetto, a incapacità di riconoscerli, detta anosoagnosia (per esempio, negare i deficit motori che spesso si accompagnano ad alcuni tipi di lesioni cerebrali).

Come si diagnosticano. Deficit di questo tipo richiedono una valutazione approfondita con molti test cognitivi, solitamente condotta da uno psicologo formato in neuropsicologia (spesso in collaborazione con un logopedista o altre figure specializzate in questo ambito di disturbi). Questi test, uniti alla raccolta di informazioni durante i colloqui con paziente e familiari, servono ad avere un quadro quanto più completo delle difficoltà del paziente e delle sue capacità residue al fine di predisporre un piano riabilitativo personalizzato.

Come si interviene. Per questo tipo di disturbi cognitivi gli interventi più efficaci sono senza dubbio quelli logopedici e neuropsicologici che possono puntare alla stimolazione della funzione lesa per cercare di recuperarla (quando possibile) o alla compensazione della funzione compromessa, facendo leva sulle capacità ancora integre nel paziente.

Approfondimenti: l'ictus e il trauma cranico

Ictus

Per ictus (detto anche apoplessia, attacco apoplettico o colpo apoplettico) si intende un evento cerebrovascolare patologico a cui conseguono alterazioni della funzionalità cerebrale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità l’ictus corrisponde a una repentina comparsa di segni e sintomi riconducibili a deficit di funzioni encefaliche, di durata superiore alle 24 ore e con esito infausto, che non può essere apparentemente attribuita ad altre cause se non a una vasculopatia cerebrale (WHO, 2010).

La letteratura disponibile suggerisce che circa il 30% dei pazienti che hanno avuto un ictus risulta cognitivamente compromesso a distanza di 4 anni.

Da un punto di vista cognitivo i deficit possono rappresentare quanto di più vario, cambiando in base alla sede delle lesioni cerebrali, alla loro estensione, all’età di insorgenza, allo stato di salute ecc. Fra i sintomi più frequenti ci sono disturbi della vigilanza e dell’attenzione, deficit della memoria, delle prassie, delle funzioni esecutive, della percezione e del linguaggio. È importante specificare che si tratta di una descrizione molto sommaria in quanto le singole componenti andrebbero approfondite durante la valutazione per far emergere nel modo più preciso il tipo di deficit, ai fini di una più efficace riabilitazione neuropsicologica. Per esempio, dire che un paziente soffre di disturbi del linguaggio acquisito (afasia) è poco informativo se non si va a specificare (dopo adeguata valutazione neuropsicologica) a quale livello si colloca il disturbo. Se il deficit riguarda il livello sintattico-grammaticale il paziente mostrerà, tra i vari segni, un linguaggio telegrafico e/o difficoltà a capire il linguaggio quando la comprensione non può prescindere dalle parole funzione (per esempio le congiunzioni o i verbi ausiliari), mentre se il danno si esprime a livello lessicale, il paziente faticherà a comprendere e/o produrre singole parole. La conseguenza più ovvia sarà sul tipo di riabilitazione che dovrà essere mirata ai deficit diagnosticati da un’approfondita valutazione (vedi qui i test per valutare la memoria, i test per valutare le funzioni esecutive, i test per valutare l’attenzione).

Trauma cranico

Il trauma cranico è un danno che riguarda il cuoio capelluto e/o il cranio e/o il cervello, e a tutt’oggi rappresenta la prima causa di morte al di sotto dei 45 anni di età. Infatti, circa il 50% delle morti in questa fascia di età è in relazione alle conseguenze di un trauma cranico, che, scampato il pericolo di vita, conduce spesso a disabilità secondaria (Gabbanelli et al., 2005). Nel mondo è responsabile della maggior parte degli esiti in disabilità permanente (Sangiovanni et al., 2003). I traumi cranici (detti anche lesioni intracraniche o lesioni alla testa) avvengono quando lesioni cerebrali sono determinate da un trauma improvviso. Possono derivare da una lesione chiusa (nel caso in cui l’oggetto che ha urtato il cranio non lo ha penetrato) o aperta (nel caso in cui l’oggetto che ha colpito il cranio lo ha penetrato fino al cervello) alla testa.

I due tipi più frequenti i traumi cranici sono la commozione (trauma cerebrale) e la contusione (livido sul cervello) e in letteratura si è abbastanza concordi nel classificare i traumi cranici in minore, moderato e grave (in base a una scala di valutazione denominata Glasgow Coma Scale) (Gabbanelli et al., 2005).

In molti casi, da un punto di vista motorio, cognitivo e comportamentale, il trauma cranico può esitare in diversi deficit (amnesie, afasie, disturbi attentivi, alterazione del ritmo sonno-veglia, alterazioni dell’umore, disinibizione…), spesso permanenti (Fogliato et al., 2008).

Da un punto di vista cognitivo gli esiti variano molto in relazione a molti fattori come, per esempio, la sede delle lesioni cerebrali, il tipo di danno, la loro estensione e l’età del paziente. Si va da una compromissione molto lieve come quella presente nella sindrome soggettiva del cranioleso (in cui la persona riferisce cefalea, disturbi visivi, acustici, olfattivi vertigini, alterazione dei ritmi circadiani, difficoltà di memoria, labilità attentiva, fatica a concentrarsi, astenia, abulia e apatia) a quadri molto più gravi che possono interessare molte funzioni cognitive contemporaneamente. Ne sono alcuni esempi i deficit nelle funzioni esecutive, le afasie, il neglect, le amnesie e i disturbi percettivi.

È importante sottolineare come negli anni si siano accumulate evidenze circa l’efficacia di trattamenti neuropsicologici per il recupero di molte funzioni compromesse (Rohling et al., 2009; Cicerone et al., 2005). Appare quindi evidente l’importanza di una presa in carico su più fronti e, nello specifico dell’ambito cognitivo, di una valutazione neuropsicologica approfondita che metta in risalto i deficit da trattare e le funzioni risparmiate per poter eventualmente compensare i disturbi.

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