Di fronte a un compito estremamente complesso o guardando un documentario sulle grandi menti della storia, può capitare di chiedersi: “Come posso diventare più intelligente? Esistono delle tecniche o degli esercizi in grado di migliorare le mie prestazioni cognitive?”. Per poter rispondere domande del genere bisognerebbe sapere a cosa corrisponde, esattamente, il concetto di intelligenza, condizione essenziale per effettuarne una misurazione. Sfortunatamente la comunità scientifica non ha ancora trovato un accordo su una definizione universalmente accettata. La conseguenza più ovvia è che anche la sua stima con gli strumenti attuali è molto dubbia. Tali strumenti però continuano ancora ad avere un’indiscutibile utilità in quanto capaci di predire, almeno in parte, il successo accademico e lavorativo dell’esaminato.

Un modello teorico cui spesso si fa riferimento è quello di Spearman che divide l’intelligenza (intesa coma un fattore generale) in intelligenza fluida e intelligenza cristallizzata. La prima si riferisce alla capacità di affrontare e risolvere problemi la cui soluzione non dipende da conoscenze pregresse, la seconda invece si identifica con la capacità di utilizzare competenze e conoscenze acquisite con l’esperienza.

L’intelligenza cristallizzata tenderebbe ad aumentare con l’esperienza e l’istruzione mentre quella fluida non sarebbe modificata dal contesto in cui l’individuo vive; ci si può aspettare che aumenti fino alla fine dell’adolescenza e che poi inizi a lentamente a decadere dall’età adulta in avanti.

Per tanto tempo si è ritenuto impossibile intervenire sull’intelligenza fluida (aumentandola) almeno fino al 2008 quando Jaeggi e collaboratori hanno documentato la possibilità di incrementare le prestazioni ai test che puntano a misurare questa componente. Nella loro ricerca gli autori hanno utilizzato un allenamento basato su un doppio compito (Dual N-Back) che avrebbe portato sia a un aumento della memoria di lavoro (anch’essa ritenuta immodificabile in passato) sia a un aumento di intelligenza fluida.

Questa pubblicazione ha avuto una grande risonanza sia mediatica (la notizia è stata riportata su diversi giornali, anche a distanza di anni) sia scientifica (si sono moltiplicate le ricerche sull’efficacia dei training di memoria di lavoro). In realtà le cose si sono rivelate un po’ più complicate dal momento che le evidenze scientifiche al riguardo sembrano fra loro contrastanti anche se, a prescindere dall’effettiva ricaduta sulla cosiddetta intelligenza, questo tipo di allenamento sembra effettivamente favorire l’incremento di memoria di lavoro che risulta giocare un ruolo molto importante in diversi compiti (comprensione del linguaggio scritto e orale, calcolo, ragionamento…), come avrebbero dimostrato Harrison e collaboratori (2013). Il dibattito è ancora aperto e, nonostante siano già passati circa sette anni, sembra ancora lungo. A noi non resta che cercare di capire concretamente chi abbia ragione provando in prima persona l’allenamento da cui tutto è nato.

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Riferimenti bibliografici

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