Ci siamo già occupati in passato della musica in relazione ad altre capacità cognitive; per esempio abbiamo parlato delle possibili ripercussioni di un training musicale sulle abilità linguistiche, sull’intelligenza e sulla capacità di lettura, e questo ha suscitato l’interesse di molte persone che ci leggono. Tuttavia, le ricerche di cui abbiamo parlato fino ad ora riguardavano i bambini, anche perché la ricerca si è incentrata particolarmente sull’età evolutiva.

Qualcuno si è domandato però quali effetti possa sortire la pratica musicale sulle abilità degli adulti; è il caso di Criscuolo e collaboratori[1] che hanno condotto una ricerca su adulti finlandesi, reclutando un gruppo di studenti universitari e professionisti, per un totale di 114 persone.
Il campione è stato suddiviso in 3 sottogruppi in base al livello di esperienza con la musica:

  • Non musicisti (meno di 3 anni di pratica)
  • Musicisti amatoriali (da 3 a 5 anni di pratica)
  • Musicisti (più di 5 anni di pratica)

Tutti i soggetti del campione sono stati valutati a un test di intelligenza (WAIS-III), un test sulle funzioni esecutive (Test di Stroop), una batteria di test per la memoria (Wechsler Memory Scale) e un test di personalità (Big Five Questionary).

I risultati

Pur non differenziandosi dagli altri per aspetti di personalità o caratteristiche socio-economiche, i musicisti mostravano punteggi significativamente superiori nelle prove di intelligenza, ragionamento verbale, memoria di lavoro e funzioni esecutive.

Un altro aspetto interessante è che fra tutte le variabili analizzate, l’unica associata in maniera significativa alle performance cognitive osservate. Detto in altri termini, maggiore era il numero di anni di pratica musicale, maggiore era la probabilità di trovare performance cognitive più alte.

Alcune riflessioni...

Abbiamo visto come, stando ai dati di questa ricerca, la pratica musicale si associ a migliori performance intellettive, funzioni esecutive e memoria di lavoro. Molti saranno portati a pensare quindi che lo studio della musica produca migliori capacità cognitive. In realtà i dati vanno interpretati con molta prudenza poiché l’associazione di diversi fattori non implica necessariamente che ci sia fra loro un nesso causale. È interessante come un ricercatore dell’Università di Toronto[8] abbia condotto una ricerca, uscita nello stesso periodo di quella appena discussa, proprio sulle errate interpretazioni dei dati negli studi che indagano la relazione fra musica, cognizione e cervello. In particolare, è stato messo in luce come in questo ambito si finisca per scambiare una correlazione (associazione tra variabili) per un’evidenza causale (cioè una variabile influenzerebbe l’altra).

Andando nel concreto, come riporta Schellenberg[8], sono diverse le cause che potrebbero spiegare l’associazione fra training musicale e performance cognitive: possono esserci preesistenti differenze cognitive, sociodemografiche e di personalità (va detto che nello studio di Criscuolo[1] e colleghi queste ultime due sono state controllate).
I risultati di alcuni studi impongono effettivamente cautela nell’interpretazione dei dati emersi dalla ricerca qui discussa; per esempio, alcuni studi sui gemelli[2][3][4][5] mostrano una possibile componente genetica che spiegherebbe attitudine alla musica, frequenza con cui la si pratica, abilità musicali e apprendimenti scolastici; ciò renderebbe possibile che le abilità musicali e le capacità cognitive non siano l’una la causa dell’altra ma, piuttosto, potrebbero avere entrambe una causa comune (predisposizione genetica).
Effettivamente Schellenberg[8] fa notare come spesso gli effetti della pratica musicale sulle capacità cognitive risultino molto più modesti in studi metodologicamente più rigorosi[6][7].

Per concludere...

Suonare per molti anni uno strumento musicale migliora le capacità cognitive? La risposta è molto semplice: non lo sappiamo. Gli studi ci mostrano un’associazione fra queste due variabili ma servono ulteriori ricerche per capire la natura di tale correlazione.

Bibliografia

  1. Criscuolo, A., Bonetti, L., Särkämö, T., Kliuchko, M., & Brattico, E. (2019). On the association between musical training, intelligence and executive functions in adulthood. Frontiers in psychology10, 1704.
  2. Hambrick, D. Z., & Tucker-Drob, E. M. (2015). The genetics of music accomplishment: Evidence for gene–environment correlation and interaction. Psychonomic bulletin & review22(1), 112-120.
  3. Mosing, M. A., Madison, G., Pedersen, N. L., Kuja-Halkola, R., & Ullén, F. (2014). Practice does not make perfect: no causal effect of music practice on music ability. Psychological science25(9), 1795-1803.
  4. Mosing, M. A., Madison, G., Pedersen, N. L., & Ullén, F. (2016). Investigating cognitive transfer within the framework of music practice: Genetic pleiotropy rather than causality. Developmental Science19(3), 504-512.
  5. Mosing, M. A., & Ullén, F. (2018). Genetic influences on musical specialization: a twin study on choice of instrument and music genre. Annals of the New York Academy of Sciences1423(1), 427-434.
  6. Sala, G., & Gobet, F. (2017). Does far transfer exist? Negative evidence from chess, music, and working memory training. Current Directions in Psychological Science26(6), 515-520.
  7. Sala, G., & Gobet, F. (2017). When the music’s over. Does music skill transfer to children’s and young adolescents’ cognitive and academic skills? A meta-analysis. Educational Research Review20, 55-67.
  8. Schellenberg, E. G. (2019). Correlation= causation? Music training, psychology, and neuroscience. Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts.

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