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Grazie al collega Gabriele Bianco per la segnalazione dell’articolo.

Scrivere una “S” o un “7” al contrario, nei primi anni di apprendimento della scrittura, è piuttosto comune.

Parliamo in questo caso di scrittura speculare parziale per distinguerla dalla scrittura speculare globale che riguarda tutto il testo (si pensi, ad esempio, agli scritti di Leonardo da Vinci che partono da destra a sinistra e possono essere letti con facilità solo mettendoli allo specchio).

È un fenomeno che a volte allarma i genitori, ma che i professionisti conoscono bene e che – in generale – ha un’evoluzione spontanea positiva.

Questo, ovviamente, non ha impedito agli studiosi di chiedersi il perché di questo strano comportamento. Perché un bambino dovrebbe scrivere una “S” al contrario, nonostante l’abbia sempre vista orientata verso destra?

Le prime teorie

Se gli studi di inizio Novecento collegavano la scrittura speculare addirittura al deficit cognitivo, gli studi più recenti hanno senza dubbio ridimensionato le implicazioni del fenomeno, legandolo soprattutto alla lateralità manuale (“chi scrive con la sinistra ha una maggiore tendenza alla scrittura speculare”).

Certo, è vero che il mancino sia più propenso a scrivere da destra a sinistra (in modo da avere la possibilità di leggere la parola appena scritta senza coprirla con la mano), ma, studi che hanno preso in considerazione ampie popolazioni, hanno notato fenomeni di scrittura speculare – soprattutto parziale – anche in molti bambini che scrivono con la destra, soprattutto tra i 5 e i 7 anni.

Generalizzazione della specularità

Secondo la teoria attualmente più accreditata, il bambino con scrittura speculare farebbe fatica a capire che la direzionalità della lettera avrebbe un valore identificativo.

Detto in modo più semplice, il bambino ritiene che, così come una penna o un qualsiasi altro oggetto non smette di essere tale se ribaltato, così la “P” potrebbe essere sempre riconosciuta come “P” anche se scritta al contrario (mentre, in realtà, non è così).

A pensarci bene, non è così strano. La generalizzazione è un processo importante con cui il bambino estende una conoscenza di un singolo ambito a tutti gli ambiti che considera simili. Il fatto che riconosca che una tazza sia sempre una tazza nonostante sia ruotata o riflessa è un passaggio importante nella sua elaborazione cognitiva di uno stimolo visivo. A quel punto, però, deve “disimparare” questa generalizzazione quando si tratta delle lettere.

Questo perché una lettera scritta specularmente è considerata errata e, soprattutto, alcune lettere cambiano di significato se ribaltate sull’asse verticale, ad esempio la “p” con la “q” e la “b” con la “d”). A questo punto, però, sorge un dubbio: perché la scrittura speculare si manifesterebbe soprattutto su certe lettere e non (o meno) su altre?

L’orientamento delle lettere

Sia Treiman e altri (2014) che Fischer e Koch (2016) hanno cercato di risolvere questo dubbio classificando le lettere in base al loro orientamento. In particolare, rilevano che:

  • La maggior parte delle lettere non simmetriche è orientata a destra (B, C, D, E, F, G, K, L, P, Q, R e S)
  • Molte lettere maiuscole e numeri hanno la concavità verso destra (C e 6) o un elemento verticale e un’appendice a destra (P e R)

Secondo questi autori, in un sistema di scrittura come il nostro che va da sinistra a destra, il bambino con scarsa consapevolezza dell’orientamento, tenderebbe a orientare verso destra tutti i grafemi (tipico il caso del “3” ribaltato) applicando quello che, per semplice statistica, vede accadere più spesso.

Questa teoria si sposa con la teoria enunciata nel paragrafo precedente secondo cui i bambini, verso i 5-6 anni, appena entrano in contatto con la scrittura, deve “disimparare” la generalizzazione della specularità.

Secondo l’osservazione longitudinale di Fischer e Koch, questo fenomeno si manifesterebbe nel momento in cui il bambino smette di “affidarsi” all’orientamentento di default delle lettere (verso destra) e va a recuperare in memoria l’orientamento esatto della lettera o del numero.

Lo studio: l’orientamento del testo

In uno studio successivo (2017), Fischer cerca di aggiungere un altro elemento chiave, ovvero la direzionalità della scrittura, stavolta da un punto di vista grafomotorio.

Fischer ha chiesto deliberatamente a dei bambini di scrivere il proprio nome da destra a sinistra. In quel caso, le lettere che venivano ribaltate più frequentemente erano quelle orientate verso destra (L, D, R). Questo ribaltamento veniva effettuato sistematicamente anche da bambini destrimani, indicando che non è tanto la mano utilizzata quanto la direzione di scrittura a influenzare il “tentativo di indovinare” la direzione della lettera.

 

Da questo esperimento, l’autore conclude che l’orientamento delle lettere ha sì un aspetto visivo e statistico, ma che questo aspetto poggia sulla direzione nella quale scriviamo (sinistra-destra) nella cultura occidentale.

L’autore sottolinea, dunque, come la “corretta scrittura” delle lettere non abbia esclusivamente radici neurobiologiche, ma dipenda anche dall’interazione con la cultura di riferimento che determina l’orientamento spaziale da privilegiare; se così non fosse, i bambini avrebbero continuato a scrivere correttamente le lettere anche nella situazione di scrittura da destra a sinistra.

Il bambino, dunque, non applica soltanto una generalizzazione rispetto alle lettere che già conosce, ma tende a seguire il movimento da sinistra a destra dato dalla direzione della scrittura. Col passare del tempo, imparerà a “invertire la rotta” quando alcune lettere (come appunto la J o la Z) e molti numeri “remeranno contro”.

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