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Dai primi di giugno sto girando le città italiane con un progetto che ho chiamato scherzosamente Anto Logopedic Summer Tour. Lo scopo è quello di avvicinare i colleghi logopedisti a un uso più attivo del computer, ad esempio nella creazione di attività per i bambini, nella scelta di immagini non protette da copyright, nella selezione delle app da utilizzare in terapia. Ho scelto di dedicare un paio d’ore della giornata del Summer Tour agli aspetti più importanti della gestione di un sito internet per un professionista sanitario.

Quello che pensavo fosse un intervento rivolto esclusivamente ai proprietari di un blog, di un sito o di una pagina web si è rivelato, invece, un momento di dibattito generale sulla comunicazione tra il professionista sanitario (in questo caso il logopedista) e il suo pubblico di riferimento.

La prima domanda – oggetto di questo articolo – è proprio questa: qual è il pubblico? La maggior parte dei colleghi che ha aperto un sito web lo ha fatto per rivolgersi direttamente ai genitori, ma c’è davvero un genitore dall’altra parte dello schermo? Una domanda che mi tocca personalmente dato che da, quando ho iniziato a monitorare i click sul mio sito TrainingCognitivo, mi sono accorto che la maggior parte del mio pubblico non è formato da genitori, ma da altri professionisti.

Training Cognitivo - I click

Su questo punto il dibattito sorto all’interno di ciascun incontro è stato davvero fertile. Cosa vuol dire credere di parlare a un genitore e trovarsi dall’altro lato un professionista? In cosa questo diverso pubblico influenza il modo in cui dovrei scrivere il mio articolo?

Lo stile. Quando parliamo con i genitori spesso usiamo delle semplificazioni, dei paragoni che, pur non accurati al 100%, speriamo riescano a trasmettere il concetto che vogliamo veicolare. Questo tipo di impostazione non è adatto, molto spesso, al confronto tra colleghi, laddove c’è il rischio che un passaggio estremamente “semplificato” sia copiato e incollato su internet avviando una gogna “social”, come a volte avviene sui gruppi specialistici su Facebook.

Il linguaggio rivolto ai genitori, inoltre, richiede a volte spiegazioni ulteriori. In un articolo con un collega posso scrivere senza problemi “DSA”, ma in un articolo per un genitore che arriva per la prima volta su una pagina in cui si parla di dislessia sarà opportuno specificare che DSA sta per Disturbo Specifico dell’Apprendimento (così come sarà utile aggiungere un link a una pagina dove spieghiamo nel dettaglio il significato di questa espressione). Anche in questo caso il diverso pubblico mi porta a scrivere in modo diverso, ma ci sono aspetti ancora più strutturali.

Le esigenze di chi legge. Professionisti e genitori possono arrivare su una pagina con esigenze totalmente opposte, e il dramma è che quando scriviamo sul web dobbiamo cercare di agganciare le esigenze del nostro pubblico già dalle prime righe. Prendiamo l’esempio di una delle pagine più visitate di TrainingCognitivo, ovvero quella sui test utilizzati per la diagnosi di dislessia. La maggior parte degli utenti arriva su questa pagina cercando la stessa parola chiave, ovvero “Test dislessia”, con la differenza che il professionista potrà essere mosso da una domanda come “Dal punto di vista cognitivo posso usare delle Matrici di Raven al posto della WISC?”, mentre il genitore potrà chiedersi “Si tratta di test invasivi? Come posso spiegare a mio figlio che dobbiamo fare una valutazione?”. Nel primo caso potremmo dire che la ricerca sarebbe “Test dislessia: quali dovrei somministrare in questa situazione?”, dall’altro sarebbe “Test dislessia: come si svolge e come devo affrontarlo?”.

La gerarchia delle esigenze si trasforma, dal punto di vista di chi scrive, nella gerarchia dei contenuti. Nel corso dei nostri incontri abbiamo notato come molti colleghi, nel cercare di rivolgersi ai genitori, usino uno stile “voce di Wikipedia” che poco o nulla ha da dire rispetto alle esigenze dell’utente. Un genitore che cerca informazioni sul disturbo di linguaggio, ad esempio, si pone diverse domande:

  • Mio figlio ha un disturbo di linguaggio?
  • Si può risolvere? In quanto tempo?
  • Cosa devo fare?

L’ultima cosa che un genitore vorrebbe vedere, in risposta a queste domande, è la definizione e la classificazione ICD-10. Per questo, come esercitazione pratica nella giornata del Summer Tour, abbiamo preso la voce di Wikipedia sul Disturbo specifico di linguaggio e abbiamo riscontrato che, su un’intera pagina, solo 3 o 4 informazioni sarebbero state rilevanti per i genitori, così come molti altri aspetti pratici – di primaria importanza per chi avrebbe consultato la pagina – venivano tralasciati (giustamente, dato lo scopo) dalla voce enciclopedica. Da lì abbiamo creato una nostra pagina sui DSL che fosse una mediazione intelligente tra il discorso tecnico e l’aspettativa dell’utente-genitore.

L’interesse di chi scrive. Avere a che fare con un collega anziché con un genitore può cambiare anche gli obiettivi della pagina. Mentre una pagina rivolta al genitore ha lo scopo di dire “Guardi, sono davvero competente, sono la persona giusta per valutare ed eventualmente prendere in carico suo figlio”, la pagina rivolta al collega può avere altre finalità, ad esempio affermarci come punto di riferimento locale per un determinato disturbo (magari quando gli arriverà un paziente della nostra città, il nostro nome sarà il primo a saltargli in mente) o creare un possibile pubblico per seminari e corsi di aggiornamento tematici (“Visto che leggi tutti i miei articoli sull’autismo, ti interesserà sapere che tengo un seminario su questo argomento giorno…”).

Gli argomenti che abbiamo trattato nel corso dei nostri incontri – e che tratteremo nelle tappe del Summer Tour da qui a fine settembre – vanno molto al di là di questo, ma sappiamo di aver gettato il seme per un dibattito sulla comunicazione del professionista sanitario sul web e, chissà, potremmo anche aver migliorato qualche sito.


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