Molti test per valutare il linguaggio nel bambino e nell’adulto si basano su attività di denominazione o sulla scelta tra diverse risposte. Nonostante questi test siano effettivamente utili e di rapida correzione, rischiano di non catturare il profilo comunicativo completo della persona che stiamo osservando, con il rischio di non centrare gli obiettivi effettivi dell’eventuale intervento.

Le abilità discorsive e narrative, infatti, rappresentano la componente linguistica più “ecologica” in quanto il linguaggio del bambino e dell’adulto si manifesta non in una serie di capacità di denominazione o di selezione, ma nella capacità di comunicare con gli altri e riferire le proprie esperienze.

Proprio per questo motivo, l’obiettivo ultimo di un intervento sul linguaggio dovrebbe essere quello di migliorare la possibilità di una persona di comprendere le informazioni che riceve ed esprimersi nel modo più completo e accurato possibile. Non potremmo certo definire “di successo” un intervento sul linguaggio in grado di aumentare il numero di parole di un determinato test riconosciute da un bambino, ma che poi non abbia una conseguenza pratica nella sua capacità di comunicare con gli altri.


Nonostante questo, le abilità discorsive e narrative sono spesso trascurate nella valutazione del linguaggio, a meno che non vi sia una esplicita richiesta. Questo avviene sia perché nelle fasi iniziali dell’acquisizione del linguaggio si è molto più concentrati sull’aspetto fonologico-articolatorio – anche perché è molto facile individuare un bambino che commette errori di pronuncia, mentre il bambino con difficoltà narrative spesso riduce la sua interazione a risposte brevi e per questo viene spesso etichettato come timido o introverso – sia perché oggettivamente l’analisi della narrazione è più lunga e più faticosa, soprattutto se non si è abituati a farla.

A prescindere dai test utilizzati, ci sono due indicatori che possono fornirci informazioni preziose sulle abilità discorsive e narrative del bambino e dell’adulto:

  • Parole per minuto (PPM o WPM in inglese): il numero complessivo di parole può essere già un indicatore importante, ma rapportare il numero di parole al tempo impiegato per produrle può rendere conto di produzioni corrette ma lente. Secondo lo studio di DeDe e Hoover [1], ad esempio, una produzione inferiore a 100 PPM nell’adulto può essere indicativa di afasia. Inoltre, sempre secondo gli stessi autori, questo indicatore sembra essere particolarmente sensibile al trattamento nei casi di afasia moderata e severa
  • Correct Information Units (CIU): secondo la definizione di Nicholas e Brookshire [3] sono le “parole intelligibili nel contesto, accurate in relazione all’immagine o all’argomento, rilevanti e informative rispetto al contenuto dell’immagine o dell’argomento”. Questa misura, che elimina dal conteggio le parole non significative come intercalari, ripetizioni, interiezioni e parafasie, può essere messa a sua volta in relazione con il totale di parole prodotte (CIU/Parole totali) o rispetto al tempo (CIU/minuto) per analisi più raffinate.

Per un approfondimento su ulteriori misure consigliamo il manuale “Analisi del discorso e patologia del linguaggio” di Marini e Carlomagno [2].

Bibliografia

[1] DeDe, G. & Hoover, E. (2021). Measuring change at the discourse-level following conversation treatment: examples from mild and severe aphasia. Topics in Language Disorders.

[2] Marini e Carlomagno, Analisi del discorso e patologia del linguaggio, Springer, 2004

[3] Nicholas LE, Brookshire RH. A system for quantifying the informativeness and efficiency of the connected speech of adults with aphasia. J Speech Hear Res. 1993 Apr;36(2):338-50

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