Il gesto è un atto che appare molto precocemente nel bambino e precede quella che poi sarà la comunicazione verbale. In generale possiamo dividere i gesti in deittici (l’atto di indicare) e iconici (cercare di imitare qualcosa).

Le teorie classiche sullo sviluppo della comunicazione dividono i deittici in due gruppi:

  • Imperativi (quando il bambino indica per chiedere)
  • Dichiarativi (quando il bambino indica per condividere emozioni ed esperienze).

Secondo lo psicologo americano Michael Tomasello (Le origini della comunicazione umana) questa visione è molto riduttiva. In una serie di esperimenti, infatti, evidenzia come il bambino non si limiti a richieste da soddisfare, ma pretenda che l’adulto condivida l’emozione che egli prova verso un oggetto; inoltre, spesso, i gesti si possono riferire a oggetti ed eventi assenti andando ben al di là della richiesta immediata di qualcosa di visibile. Questi fenomeni, che potrebbero sembrare trascurabili, sottolineano invece il possesso di competenze estremamente importanti da parte del bambino: la ricerca dell’attenzione congiunta, la consapevolezza delle conoscenze e delle aspettative dell’altro, la creazione di un terreno comune.


Per l’autore americano, dunque, esistono dei prerequisiti cognitivi all’uso del gesto finalizzato che, infatti, sarebbe fisicamente possibile da eseguire per il bambino già dai primissimi mesi di vita, ma che viene utilizzato in modo consapevole dal bambino intorno ai 12 mesi

E i gesti iconici? Nonostante siano più complessi dal punto di vista cognitivo e per questo appaiano più tardi, tendono a diminuire rapidamente intorno ai 2 anni di età. La causa principale è l’emergere del linguaggio verbale che va a sostituire il gesto imitativo: quando impariamo una parola, smettiamo di fare la pantomima dell’oggetto a cui la parola si riferisce; in fondo, usare le parole è molto più facile ed economico. Al contrario, il gesto deittico permane per più tempo, anche quando appaiono le prime parole. In una prima fase, infatti, integra il linguaggio (il bambino può dire una parola – ad esempio un verbo – associandola a un gesto), e in fondo non scompare mai del tutto. Molto più spesso di quanto non si creda, infatti, anche noi adulti indichiamo un referente nelle vicinanze per rafforzare o integrare quello che stiamo dicendo a voce.

Per approfondire: Michael Tommasello, Le origini della comunicazione umana, Milano, Cortina Raffaello, 2009.

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