Il linguaggio, una funzione cognitiva essenziale che si sviluppa durante l’infanzia, diventa un aspetto vulnerabile in molti disordini neurologici. Quando l’elaborazione del linguaggio è alterata, viene solitamente posta diagnosi di afasia. È importante notare la sua frequente occorrenza, soprattutto in pazienti che hanno sofferto di un ictus o di un’altra forma di danno cerebrale[2].

Data la sua complessità e il coinvolgimento di molte regioni cerebrali, il linguaggio può risultare compromesso in molte malattie neurodegenerative; un esempio chiaro in proposito è la demenza, cioè la progressiva perdita di facoltà cognitive di alto livello. Un tipo di demenza in particolare colpisce il linguaggio: è l’afasia primaria progressiva (PPA) e si manifesta quando le regioni cerebrali coinvolte nel linguaggio iniziano a degenerare[3].

La PPA può a sua volta essere suddivisa in diverse varianti, in base alle difficoltà linguistiche presentate dal paziente. I pazienti con la variante semantica della PPA (svPPA), per esempio, esperiscono difficoltà progressive nella denominazione di oggetti, luoghi o persone. Andando avanti nel tempo, per loro può risultare progressivamente più arduo comprendere il significato di determinate parole e possono sperimentare problemi nel mantenere una conversazione a causa della continua riduzione del loro lessico[3].

L’insieme di deficit appena descritti richiama anche un’altra malattia neurodegenerativa in cui l’eloquio viene alterato in maniera progressiva: la malattia di Alzheimer. Nelle fasi precoci i pazienti con Alzheimer possono provare difficoltà nel recupero delle parole, andando così a perdere anche la loro fluenza. Col progredire del disturbo, iniziano a farfugliare, balbettare o usare parole errate, fino a che, per ultima, perdono l’abilità di creare frasi formalmente corrette[1].

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Un’utile domanda da porsi è la seguente: i meccanismi che causano il deficit di linguaggio nei due disturbi descritti sono gli stessi?
Questa è la domanda a cui hanno cercato di rispondere De Vaughn e colleghi[4] con una ricerca pubblicata sul Journal of Neuropsychology.
L’intento degli autori era di valutare e comparare la memoria episodica verbale (tramite test di apprendimento di una lista di parole) in 68 pazienti con svPPA e 415 con malattia di Alzheimer.

I partecipanti sono stati sottoposti a vari test neuropsicologici riguardanti l’attenzione, il linguaggio, la memoria e le funzioni esecutive. Molto rilevanti erano i seguenti test:

  • Test di memoria episodica (recupero immediato e differito di una lista di 9 parole, e successivo riconoscimento fra altre parole mai ascoltate in precedenza; copia a memoria di un disegno)
  • Test di conoscenze semantiche (associazione fra una parola e un’immagine).

I risultati mostravano che i pazienti con svPPA ottenevano migliori punteggi nelle prove di apprendimento verbale rispetto a quelli con malattia di Alzheimer. Inoltre, mostravano migliori capacità di memoria visiva mentre le persone con Alzheimer esibivano migliori capacità legate alle conoscenze semantiche.
Non c’erano invece differenze nella memoria di riconoscimento (riconoscimento di parole ascoltate).

Nei pazienti con Alzheimer il recupero verbale sembrava influenzato da diversi parametri, inclusa l’età, il sesso di appartenenza, le performance nei vari test neuropsicologici e persino la memoria episodica visiva.

Nei pazienti con svPPA, il recupero verbale appariva influenzato da fattori simili ma soprattutto dalle conoscenze semantiche.

Come sempre, anche in questo caso è doveroso tenere in considerazione le limitazioni dello studio, come la proporzione di partecipanti alla ricerca nei due gruppi (molto più numerosi quelli con Alzheimer), anche nell’ottica di un ulteriore studio che bilanci i due tipi di pazienti.

Nonostante tutto, questo studio ci suggerisce che la memoria e il lessico siano costrutti fra loro interconnessi, e che vengano alterati in maniera differente in diverse malattie neurodegenerative, anche se in apparenza possono risultare simili. Tali informazioni sono utili non soltanto per comprendere questi disturbi ma anche per programmare opportuni trattamenti terapeutici in base alle necessità e alle capacità residue dei pazienti.

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Memoria episodica declino cognitivo