Abbiamo già parlato in diversi casi di intelligenza e di funzioni esecutive, anche descrivendo ricerche che avrebbero messo in luce alcune importanti differenze.
Al tempo stesso è però inevitabile notare un certo grado di sovrapposizione fra le definizioni dei due costrutti teorici; per esempio, nelle varie concettualizzazioni e descrizioni delle funzioni esecutive ricorre sistematicamente la capacità di pianificazione e problem-solving. Tuttavia, queste due capacità molto spesso concorrono a spiegare i comportamenti che tipicamente definiamo “intelligenti”.
Data questa somiglianza fra intelligenza e funzioni esecutive, è lecito attendersi che la prima sia almeno parzialmente predetta dalle seconde. In altri termini, dovremmo attenderci che all’aumentare delle performance nei test per misurare le funzioni esecutive corrisponda un incremento dei punteggi nei test per valutare l’intelligenza.
Rispetto ai test per le funzioni esecutive, diversi autori fanno notare come le prove che le valutano attraverso compiti apparentemente più complicati (per esempio il Wisconsin Card Sorting Test o la Torre di Hanoi), peccano di attendibilità e validità[3]. Uno dei tentativi più noti per cercare di arginare questo problema è quello di Miyake e collaboratori[3] che hanno tentato di scomporre le funzioni esecutivi in componenti più semplici e, precisamente, tre:

  • Inibizione;
  • flessibilità cognitiva;

Tramite un famosissimo studio condotto su adulti di livello universitario, gli stessi ricercatori hanno evidenziato come queste tre capacità siano fra loro collegate ma anche apparentemente separabili, mostrando anche che le stesse sarebbero in grado di predire le performance in compiti più complessi (per esempio, la Torre di Hanoi e il Wisconsin Card Sorting Test).

Duan e colleghi[1] nel 2010 hanno deciso di testare il modello di Miyake anche in età evolutiva e, precisamente, in individui di età compresa fra gli 11 e i 12 anni. Lo scopo era di osservare se l’organizzazione delle funzioni esecutive risultasse analoga a quanto riscontrato negli adulti, cioè con tre componenti (inibizione, aggiornamento di memoria di lavoro e flessibilità) fra loro correlate ma comunque apparentemente separabili.
Un ulteriore obiettivo era quello di stimare quanto l’intelligenza fluida venisse spiegata dalle funzioni esecutive.


Per fare ciò, gli autori dello studio sottoposero 61 individui a valutazione intellettiva tramite Matrici Progressive di Raven, e a valutazione delle funzioni cognitive nelle tre componenti già menzionate.

I RISULTATI

Relativamente al primo obiettivo, i risultati hanno confermato esattamente le attese: le tre componenti misurate delle funzioni esecutive risultavano tra loro correlate ma comunque separabili, replicando quindi, in individui molto più giovani, i risultati pubblicati 10 anni prima da Miyake e collaboratori.

Ancora più interessanti sono però, forse, quelli relativi alla seconda domanda: quali componenti delle funzioni esecutive spiegavano maggiormente i punteggi relativi all’intelligenza fluida?
Quasi tutti i test per le funzioni esecutive mostravano correlazioni significative (tendevano ad andare di pari passo) con i punteggi nella prova intellettiva. Tuttavia, “correggendo” i valori per il grado di correlazioni reciproche fra inibizione, flessibilità e aggiornamento di memoria di lavoro, soltanto quest’ultima rimaneva associata significativamente all’intelligenza fluida (spiegandone circa il 35%).

IN CONCLUSIONE...

Benché spesso statisticamente associate, intelligenza e funzioni esecutive continuano ad apparire come due costrutti teorici separati (o, quantomeno, i test usati per valutare l’uno o l’altro costrutto sembrano misurare effettivamente capacità differenti). Tuttavia, l’aggiornamento di memoria di lavoro sembra essere una componente delle funzioni esecutive strettamente connessa all’intelligenza. Però, prima di illuderci che la questione sia così semplice (magari dando per scontato che a una bassa memoria di lavoro corrisponda una bassa intelligenza e viceversa), vale la pena considerare che in campioni diversi da quelli “medi” le cose si complicano notevolmente. Per esempio, nei disturbi specifici dell’apprendimento, i punteggi di memoria di lavoro non risultano essere in forte connessione con il QI[2]. È importante quindi considerare i dati provenienti da questa ricerca come importante spunto di riflessione, rimanendo comunque molto cauti piuttosto che giungere a conclusioni affrettate.

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