Chiunque si occupi di neuropsicologia dell’adulto conosce il Mini-Mental State Examination[2] (MMSE) e probabilmente, data la sua fama, ne avranno familiarità anche molti professionisti che si occupano di aspetti cognitivi in età evolutiva.
Si tratta probabilmente del test di screening cognitivo più diffuso in età adulta e soprattutto senile.

Nonostante abbia molti limiti[3], questo test è rapido, di facile somministrazione e attendibile. Non stupisce quindi la sua estrema diffusione a livello internazionale in ambito geriatrico.
Dati questi pregi appena menzionati, Scarpa e colleghi[5] hanno deciso di crearne un adattamento per l’età evolutiva, da utilizzare con bambini di età compresa fra i 6 e i 14 anni. È il Mini-Mental State Pediatric Examination (MMSPE).

Questo riadattamento prevede item che esplorano l’orientamento nello spazio e nel tempo (insieme a dati autobiografici), comprensione e produzione verbale, competenze metafonologiche, lettura, scrittura e calcolo, memoria verbale, memoria di lavoro, sequenze logiche, abilità costruttive, riconoscimento di forme e colori, consapevolezza dello schema corporeo e funzioni esecutive.
Viene richiesta inoltre una valutazione qualitativa sul livello di cooperazione, attenzione e adeguatezza al contesto.


I cut-off (5° percentile) delle prestazioni, infine, sono aggiustati in base al livello di istruzione dei genitori.

Gli autori ritengono che questo test possa essere utile in ambito clinico, soprattutto con condizioni psichiatriche e neurologiche che comportano una scarsa collaborazione e una tenuta attentiva insufficiente per sostenere una valutazione neuropsicologica più estesa (e approfondita).

Successivamente Peviani e colleghi[4] hanno riadatto questo test a età ancora inferiori, rendendolo quindi utilizzabile con bambini dai 36 ai 72 mesi.

In un’altra ricerca, Cainelli e collaboratori[1] hanno messo alla prova la capacità del MMSPE per valutare quanto fosse in grado di identificare correttamente bambini e adolescenti con deficit cognitivi.
Un gruppo di persone di scuola primaria e secondaria inferiore è stato sottoposto al MMSPE, confrontando poi i dati con quelli emersi da una batteria di test neuropsicologici più estesa, composta da Matrici di Raven Colorate, prove di denominazione e fluenza semantica, span di cifre diretto e inverso, Test delle Campanelle e fluenze fonologiche.
I ricercatori hanno definito come “individui con deficit neuropsicologici” tutti quelli che ottenevano due o più punteggi deficitari (prestazioni inferiori al 5° percentile) e hanno quindi usato i risultati emersi dalla batteria di test come gold standard.

Cosa hanno osservato?

Usando la suddetta batteria neuropsicologica come termine di paragone, il MMSPE mostrava un’accuratezza diagnostica dell’83%, non eccellente, e una buona specificità (91%) a fronte di una scarsa sensibilità (74%). Neanche il valore predittivo positivo e il valore predittivo negativo erano esaltanti, 87% e 81%, rispettivamente (per una rapida spiegazione su cosa siano la sensibilità, la specificità, il valore predittivo positivo e il valore predittivo negativo, consulta il nostro glossario).
Detto in altri termini, il MMSPE riusciva a intercettare il 91% delle persone senza deficit cognitivi ma identificava erroneamente come “sani” il 26% degli individui che in realtà avevano deficit cognitivi.

In sintesi, questo test appare utile, grazie alla sua rapidità di somministrazione, laddove non sia possibile svolgere una valutazione approfondita e accurata. Gli autori, per esempio, ne ipotizzano l’utilizzo da parte dei pediatri come screening per comprendere se sia necessario un successivo approfondimento neuropsicologico. Tuttavia, la scarsa sensibilità ne riduce notevolmente l’efficacia nell’identificare correttamente i bambini con difficoltà cognitive (da indagare ulteriormente) poiché, basandosi sui dati della ricerca citata[1], circa un bambino su quattro con deficit non verrebbe identificato dal MMSPE.

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